"Dunque. Al mondo ci sono i cretini, gli imbecilli, gli stupidi e i matti." "Avanza qualcosa?" "Sì, noi due, per esempio. O almeno, non per offendere, io."

lunedì, ottobre 26, 2009

Scelte sub-ottimali

Nelle scorse settimane, mi sono lungamente interrogato su quale fosse l’atteggiamento più giusto da tenere in queste primarie del Partito Democratico. Votare chi? Non votare per niente? Onestamente, stanti le delusioni cocenti (non ultima quella sulla mancata battaglia contro lo scudo fiscale) inanellate negli ultimi anni, la mia principale speranza era che esse fallissero, così che al PD non restasse che un'ultima, vera scelta strategica: l’auto-scioglimento.
Avevo fissato la soglia dell'insuccesso a un milione di persone. Ritenevo che, se i partecipanti alle primarie non avessero raggiunto quel limite minimo, la sola cosa da fare per i Democratici sarebbe stata quella di chiudere baracca e burattini e darsi a alla pesca d’altura.
Già alle 11.30, però, i votanti erano stati 900.000. Anche questa volta, con ogni probabilità, il PD non si sarebbe estinto.
Allora, metabolizzato che le flebili speranze dell'opposizione avrebbero continuato ad essere legate a questo partito e a queste persone, ho cercato di essere logico e razionale. Senz’altro, a quel punto, la cosa più utile sarebbe stata che i votanti fossero il maggior numero possibile. Così mi sono recato al mio gazebo elettorale.
Mi si è posto dunque il problema di capire cosa convenisse votare.
Da un lato, la necessità di squadernare la struttura di un partito ormai infestato da figure (sulla cui qualità ci sarebbe molto da discutere) che non hanno una forza sufficiente a dire qualcosa di sinistra, ma ne hanno una bastante ad impedire che lo facciano altri mi avrebbe spinto a votare Franceschini. Vero è che un tale squadernamento sarebbe passato necessariamente non solo per l’auspicabile distruzione dell’attuale classe dirigente, ma anche per quella della forma partito. Su questo, devo dire, ho le idee abbastanza chiare: il PD che verrà non sarebbe migliore se i prossimi quadri dirigenti uscissero dai social network come Facebook.
Dall'altro, l'esigenza di razionalizzare l'identità del PD mi spingeva a votare Bersani. La vittoria di quest'ultimo avrebbe senz'altro rappresentato un ritorno dell'asse identitario del PD verso i più coerenti lidi della Socialdemocrazia. Ad elezione del nuovo segretario avvenuta, credo che nei prossimi giorni alcuni cattolici papisti del PD, la Binetti, Enzo Carra, Rutelli (se cattolico lo si può definire), usciranno dal partito. Questo credo sia un bene, perché il PD ha finito per avere tutti gli svantaggi dell'Unione (l'eterogeneità), senza prenderne i vantaggi (l'ampiezza del consenso). Resta una mia perplessità di fondo sulla strategia di posizionamento che Bersani (e più di lui D'Alema) vogliono adottare. Non ho preclusioni ideologiche verso un accordo con l'UdC. Ho però dubbi sulla percorribilità di tale opzione. In un dopo-Berlusconi che tutti speriamo vicinissimo, credo che Casini ed ancora di più il suo elettorato troveranno sempre più naturale un accordo con Fini. Allora lo splendido PD socialdemocratico di Bersani sarà votato interamente all'opposizione permanente. Ora, sono tutt’altro che sicuro che la cosiddetta "vocazione maggioritaria" che ha spinto Veltroni ad andare da solo alle ultime elezioni fosse la via più giusta da percorrere, ma ho sin da ora la chiara percezione che contro una neo-balena bianca a firma Rutelli-Casini-Fini, questo PD non vincerà mai.

Con tutti questi dubbi, sono andato a votare.
Apro la scheda elettorale e trovo 4 liste (naturalmente bloccate) che sostengono 3 candidati: quella di Marino, quella di Bersani e... due di Franceschini. Due liste!? Dueee?!!!??
Triste, davvero triste, ho apposto una X sulla casella di Bersani.

Stamattina mi dicono che ho vinto le primarie.
Allora com'è che sento dentro la stessa vitalità di un organismo unicellulare?

giovedì, ottobre 08, 2009

Attriti

La sensazione di queste ore è simile a quella che ho provato quando la macchina alla cui guida mi ero addormentato, poggiata sul proprio tetto a scivolare, stridendo, per metri e metri, si è finalmente fermata.
Poi, ricordo il silenzio e le dita muoversi tutte. In bocca, avevo un sapore di asfalto, ferro e vetro a conferire fisicità e realtà a un’esperienza che altrimenti non mi sarebbe parsa un fatto.
Ho appena rischiato di morire, pensai, ed era tecnicamente vero.
Ricordo che mentre la terra stava sopra il cielo, aspettavo, inerme, che tutto finisse, troppo stordito per sperare che ci sarebbe stato un dopo, in cui tutte le cose mi sarebbero riapparse come le conoscevo. Poi, a un certo punto, quella corsa capovolta si è fermata.
La fisica, banalmente, parla di attrito.
Questi mesi, anzi questi ultimi anni della nostra vita pubblica mi hanno riportato a quell’abitacolo, quando ogni riferimento era perduto e guardarmi precipitare verso chissà dove era la sola cosa che sapessi fare. Ieri, finalmente, la corsa sul tetto si è di nuovo fermata e le cose sono tornate ad essere uguali a quelle di cui abbiamo sempre avuto esperienza.
La materia di cui sono fatte le nostre istituzioni è elastica ed atta ad essere tirata, piegata, in qualche caso addirittura plasmata, secondo convenienza. Esiste però un limite intrinseco, invalicabile per colui che voglia modellarla: quello imposto dalla natura stessa della materia. La carta (anche quella Costituzionale) si può comprimere, schiacciare, tenere appallottolata dentro un pugno ben serrato. Per quanto sia forte la pressione esercitata su di essa, però, i legami fra le cellule che ne compongono la struttura la porteranno comunque a riprendere di nuovo la sua forma originaria, naturale, non appena la stretta che la costringe verrà meno.
Certo, oggi, la nostra Carta è tutta spiegazzata ed è necessario avere cura che essa possa ridistendersi completamente, rendendo di nuovo facilissima a chiunque la lettura del suo messaggio. Di esso ieri è stato riaffermato un punto fondamentale: ogni cittadino, per quanto ricco, popolare, potente e prepotente egli sia, è uguale agli altri di fronte alla Legge.

mercoledì, giugno 10, 2009

Colle der fomento

La crisi, prima finanziaria, poi economica ed ora già sociale, così difficile a interpretarsi relativamente a cause e fattori scatenanti (i mutui dati a chiunque? Le speculazioni coi derivati? La mancanza di limitazione ai movimenti di capitale? Le cartolarizzazioni? L’economia che ha mangiato la politica e la finanza che ha mangiato a sua volta l’economia? Tutte queste cose assieme?), ha invece, quanto agli effetti che da essa sono scaturiti, risvolti di interpretazione, se non facile, immediata.
Il più evidente è che molti hanno perso, stanno perdendo e perderanno il lavoro. Un altro, credo altrettanto evidente, è che quelli che hanno la fortuna di conservare il proprio posto lavorano di più e con condizioni peggiori. La crisi, i lavoratori, la pagano (cioè la paghiamo) anche così, con maggiore fatica quotidiana, con maggiori frustrazioni, con una minore libertà.
La crisi porta anche una minore capacità di capire quel che succede, come se fosse sempre più assurdo usare il proprio tempo e le proprie scarse residue energie per guardare a fatti che sono estranei al proprio immediato spazio vitale.
Probabilmente con poca lucidità, dunque, m’accingo a riflettere sugli esiti delle elezioni appena celebrate. Il primo elemento su cui mi viene da soffermarmi è il coinvolgimento davvero blando con il quale ho seguito il voto. Nonostante sia vero che il PD correva il rischio di dissolversi, non mi sono sentito sospirare profondamente per lo scampato pericolo. Questo mi accade non perché pensi che il PD debba scomparire, ma perché resto convinto che questo PD isolato, isolazionista e senza identità non serva assolutamente a nulla. In politica sono quello che gli spin doctor chiamerebbero un “cliente ormai fidelizzato”: con un sistema di valori di riferimento ben radicato e con una collocazione ideologica (ah, che strana sensazione scrivere questa parola) ben definita. Ebbene, nonostante questo, il mio sentimento rispetto a questo PD è quello del “tanto peggio, tanto meglio”. Non è l’inquinamento dell’Idea Pura, non è l’avvicinamento al centro (che ritengo un’opportunità e una necessità insieme) alla base del mio distacco, ma la resa rispetto all’ambizione di proporre una propria idea di società. Il povero Franceschini, cui va riconosciuto d’essersi saputo battere con onore (soprattutto sul fronte interno), ha saputo dare una pallida idea di cosa potrebbe essere (e purtroppo non è) il PD in un’unica occasione, quando, per una volta con la nettezza che dovrebbe esserci sempre, ha manifestato sdegno verso i respingimenti preventivi dei clandestini. Un Partito degno della tradizione di PCI e DC difende il diritto internazionale, la legalità e i diritti umani a prescindere dall’impatto elettorale che ciò può avere. Proprio la crisi offre un’opportunità grandissima a chi ha nel suo patrimonio valori come la solidarietà, la legalità e l’uguaglianza e ancora una volta si è invece deciso di veicolare messaggi elementari, inarticolati, rancorosi, esclusivamente centrati sulle (peraltro palesi) insufficienze dell’azione di governo. Se si è fatto tutto questo per ragioni legate all’esito elettorale, ebbene si prenda coscienza che il 26,1% è un risultato perfettamente alla portata anche di un PD che mostri con grande decisione una sua propria identità.
Penso, contrariamente a molti, che il risultato del PdL sia stato numericamente lusinghiero. In una fase di crisi così acuta, i governi (di destra o sinistra che siano) incontrano grandi difficoltà. La contrazione di consensi che, in termini di voti assoluti, Berlusconi ha conosciuto a queste ultime consultazioni europee si deve primariamente all’astensionismo di una Sicilia in cui ha stavolta votato meno del 50% di un corpo elettorale che solitamente garantisce al centrodestra una messe imponente di suffragi.
Nondimeno, sono emersi dalle urne due fatti politici che ritengo pongano al premier più di una difficoltà. Il primo è che i risultati più eclatanti sono stati ottenuti da Lega e Italia dei Valori, ovvero da quei soggetti immediatamente contigui nello schieramento politico ai due maggiori partiti. L’Italia mostra col voto di essere un Paese che non ha voglia di bipartitismo e non desidera una semplificazione del quadro politico che sia artificialmente indotta per il tramite della legge elettorale. Questo, ancor più che le pressioni della Lega, spiegano l’immediato cambio di posizione sul referendum sulla legge elettorale della prossima settimana.
Il secondo elemento di difficoltà per il leader del centrodestra è costituto dal fatto che la dimensione massima, il potenziale complessivo di PdL e Lega, al netto delle redistribuzioni interne di consensi, rimane ben lontano da qualsiasi ipotesi di autosufficienza. Il voto di questa settimana ha dimostrato (non senza rudezze) a Berlusconi che sporgersi verso l’elettorato centrista di area UdC significa lasciare una considerevole parte di consensi alla Lega.
Entrambi questi fattori rendono sempre più difficile che le elezioni politiche si trasformino in quel plebiscito che Berlusconi desidera fortemente e che vede come il proprio personale lasciapassare per il Quirinale.
Quella del Colle è una partita che non so capire come potrà finire, però già da ora guardo ad essa con timore, come ad un passaggio durissimo, da cui il Paese potrebbe uscire definitivamente sfibrato.

giovedì, aprile 23, 2009

Radici e terra

Da un paio di settimane ho un nuovo hobby, obbligatorio: il giardinaggio. Ho comprato una casa nuova e da meno di un mese vivo lì. Ora sono al piano terra ed ho due splendidi giardinetti, uno su un lato della casa, uno sull’altro. Il giardiniere che ha fatto il lavoro (benissimo, va detto) è stato categorico ed anche un po’ apocalittico nel tono:

- “Hai voluto il prato, il barbecue, i nani da giardino, eh? Le domeniche con gli amici? E adesso fatichi. Il prato va tagliato tutte le settimane e concimato ogni due mesi. Questo fino a maggio. Poi, quando fa caldo, va tagliato due, anche tre volte a settimana. Non tagliarlo troppo corto. E non lasciarlo crescere, se no si ingiallisce.”

A queste parole, pur se timidamente, ho tentato di obiettare almeno che detesto i nani da giardino. Lui però è stato implacabile:

- “D’estate, mi raccomando, ogni due, tre giorni. E ricorda: io ci tengo ai lavori che faccio, sicché fa’ che io non venga a sapere che ti si è ingiallito, diradato o spelacchiato il prato. Va bene?”

Credo d’avergli risposto “Signorsì, sissignore”, mentre usciva ghignando da casa mia.

Ho il pollice nero, da sempre, sin da quando, da bambini, le maestre delle elementari ci facevano mettere un fagiolo dentro lo Scottex bagnato, ci dicevano di chiuderlo nell’armadio della classe e di lasciarlo lì, al buio, per una settimana, quando poi sarebbero spuntate le radici e la nuova piantina sarebbe stata pronta per essere interrata. I miei fagioli marcivano sempre, immancabilmente. Forse perché, per il terrore che durante la settimana al buio gli mancasse acqua, inzuppavo completamente lo Scottex. O forse perché non resistevo a stare sette giorni senza sapere cosa stesse succedendo e andavo troppo presto a vedere cosa fosse accaduto al mio fagiolino.
Adesso ho un prato meravigliosamente verde, che curo con applicazione. Gli scherani del giardiniere sono arrivati una mattina con un camion pieno di tappeti arrotolati (almeno questo sembravano) ed hanno cominciato a stenderli nel mio giardino, fino a tappezzarlo completamente. Mi hanno spiegato che per un paio di settimane non avrei dovuto calpestarlo, perché il prato “cresce tanto sopra la terra, quanto sotto”. Mi dicevano che avrei dovuto dare il tempo alle radici del prato di innervare il terreno del mio giardino. Sono stato bravo, questa volta: non ho aperto l’armadio prima del tempo.
Ci siamo spostati tutti a casa nuova. Pensavo stamattina che anche noi stiamo mettendo radici bianche, tenere nel nostro nuovo giardino. Anche noi stiamo faticosamente trovando i nostri spazi nelle stanze, i nostri piccoli posti al sole. E come per il fagiolino nello Scottex e il tappeto erboso, anche per noi le prime settimane saranno delicate e ci sarà bisogno di lasciare che le cose abbiano il tempo di fare il proprio corso.
Ogni trasloco costringe chi si sposta ad un piccolo (o grande) autodafé. Sistemando le mie cose, ho riaperto scatole che erano rimaste chiuse sin da quando lasciai la casa dei miei genitori. A quel tempo, scelsi di portare con me il mio passato, come una lumaca si porta appresso la sua chiocciola, ovvero tenendomelo alle spalle, senza guardarlo mai. Stavolta, ho voluto invece vedere da cosa fosse ormai tempo di separarmi e, con mia piacevole sorpresa, sono stato capace di liberarmi di quasi metà dei simulacri che avevo voluto custodire.
Ancora di più sono rimasto stupito da ciò che invece ho voluto caramente tenere con me. Ho trovato, ad esempio, una quantità incredibile di lettere. Ne ho ricevute moltissime, centinaia, alcune di esse colme di parole meravigliose. Nel rileggerle, dopo così tanto tempo, ho provato un senso di inquietudine. La domanda che mi sono fatto, mentre mi rituffavo in persone, situazioni, ed emozioni che sono ormai superate, lontane è “Sarò stato capace di corrispondere a tutto l’affetto, a tutto l’amore che c’è qui dentro per me?”.
Ad esempio, ho trovato le lettere di una mia amichetta del mare, di quando avevamo dieci, dodici, forse tredici anni. Era una delle mie amicizie estive di Luglio. Ogni anno, con la sua famiglia, veniva da Napoli e stava l’intero mese in affitto in una casa vicina a quella dove io ho passato tutte intere le prime venti estati della mia vita. Bè, per tutti gli anni in cui ci siamo frequentati, finite le vacanze e tornati tutti a casa, mi scriveva da Settembre (quando ci si ridisponeva in modalità “invernale”) a Dicembre (immancabile il biglietto di Natale) delle lettere tenerissime, piene soltanto di vita quotidiana, di problemi di scuola, di amiche invidiose, di ragazzini molto carini. Quelle parole trasudavano soltanto voglia di ritrovarsi anche l’anno successivo.
Ho trovato alcune lettere di bambini, che mi scrivevano una volta rientrati nelle loro città, dopo aver passato qualche settimana nel villaggio vacanze in cui facevo il musicista. Alcune di esse mi hanno davvero emozionato: praticamente di nessuno di quei bambini ricordavo il nome e neppure il viso e quasi tutti, invece, mi chiedevano soltanto di non scordarmi di loro. Mi scrivevano riportando un sacco di aneddoti e dettagli della settimana in cui erano stati al villaggio, per essere certi che non li potessi confondere con altri bambini. Quasi tutti mettevano nella busta un disegno in cui avevano ritratto me e loro che ci salutavamo al momento della loro partenza.
Non so se io abbia davvero meritato tanto affetto. Sicuramente non ne sono stato all’altezza. Abitato da un senso di inadeguatezza, ho con cura ordinato tutte le parole che mi sono state regalate, riponendole, perché non si sciupassero, in buste trasparenti e plastificate. Le ho poi messe in una scatola di cartone molto bella, che è decorata interamente da righi musicali, fitti di note e pause.
E, vigliaccamente, le ho sepolte di nuovo in cantina, lontano dai miei occhi e dal mio cuore.

venerdì, marzo 13, 2009

Simplement Parfaite

Anche oggi, come ogni giorno, la matita ha dipinto il mio occhio. Una linea nera, materica, grassa rende, per contrasto, più luminoso il mio sguardo e, fuggendo verso le tempie, sa suggerirmi più esotica, misteriosa, segreta. Del resto, in questi anni lo specchio mi ha spiegato ogni mattina di essere proprio così: una regina Nefer. Lo stesso fanno le parole, le mani e gli occhi di Federico in ufficio, tutti i giorni. E prima di lui quelli di Marco all’Università e di Alessandro al Liceo.
Sono venticinque anni che ogni mattina il mondo sa quel che deve sapere di me grazie ad un tratto di matita. Ho gesti ormai sicuri e automatici: una mano stende la palpebra e l’altra definisce le forme, coprendo ogni piccola, impercettibile irregolarità dei miei lineamenti. Insieme al contorno dei miei occhi, disegno anche la mia sicurezza, la mia forza, il mio coraggio. Così, qualsiasi ansa in cui si annidino le mie parti molli è coperta da un tratto uniforme. Ogni mattina do un buffetto a Pirandello e dimostro che è la me che gli altri vedono a mettere d’accordo tutte le altre me.
Non sarei capace di uscire di casa senza quel segno deciso, scuro, netto che marca i miei occhi. Eppure, appena compiuti i quarant’anni, mi vergogno di questa debolezza che vuole annullarne ogni altra. Vorrei urlare a tutti la rabbia che ho per una solitudine che non merito, vorrei concedermi la fragilità di desiderare apertamente la felicità, vorrei vendicarmi dell’umiliazione di dover essere obbligatoriamente bella, desiderabile e inaccessibile.
Vorrei piangere tutti i giorni per quel figlio che non ho mai fatto.

Un'ultima occhiata allo specchio prima di uscire di casa.
Semplicemente perfetta.

lunedì, febbraio 02, 2009

Terzo stato di coscienza

Tutto ciò che l’uomo vedeva era un puntino bianco, lontano, al centro di uno sconfinato mare nero. In un silenzio assoluto, forzava se stesso a fissare quell’unica diversità, quell’unico segno. Più il suo sguardo si concentrava sulla piccola macchia di luce, quasi a volerla inchiodare, più questa sembrava danzare, sinuosamente sottraendosi a quello sciocco tentativo di dominio. Anzi, beffardamente, il puntino sembrava pulsare, i suoi contorni smarginarsi, manifestando con baldanza il proprio libero arbitrio. L’uomo non avrebbe saputo dire dove si trovava, né come fosse finito lì. Provava sensazioni attutite, come se la sua coscienza fosse interamente avvolta da una bambagia lanuginosa che gli rendeva difficili sia la percezione, sia il ragionamento. Poteva soltanto mettere in fila pensieri elementari, senza però riuscire a stabilire alcun collegamento logico tra di essi: “Ho la gola secca… Senti come raspano sul palato le papille in fondo alla lingua … Ho la saliva molto amara… Il sangue mi pulsa alle tempie e sui polsi…”.
Con gli occhi continuava a seguire il puntino, che gli pareva ora più grande e più vicino. Ebbe desiderio di tendere la propria mano verso l’ondivaga macchiolina chiara, a misurare la distanza fisica che lo separava da essa. Il cervello aveva trasmesso l’impulso nervoso, ne era certo, perché la spalla aveva lievemente sussultato, ma l’arto, ostinato, rimaneva immoto, parallelo al corpo. Sorpreso, realizzò di non riuscire a vedere il proprio braccio, perché, si accorse, si trovava sdraiato sulla propria schiena. “E poi” - si disse – “è buio.”
Provò a muovere le dita della mano ed inviò impulsi al pollice, al mignolo e poi a tutte le dita insieme. Non seppe dire se ne avesse mossa una, due oppure tutte. Non sapeva quale sensazione corrispondesse alla certezza di aver mosso le dita della mano. Non sapeva neppure se avesse una mano. Le deboli istruzioni che il suo cervello mandava si perdevano da qualche parte a metà strada, senza la forza di arrivare a destinazione. La bocca disegnò un tenue sorriso.
Tornò a concentrarsi sul puntino, anzi su quello che ora era un grande disco luminoso a pochi centimetri dal suo viso. Provò a cercare la sua immagine riflessa sulla superficie bianca. Vedeva, invece, solo luce. Percepì dolergli il nervo ottico, fisicamente colpito dal bagliore troppo intenso. Avvertì il dolore risalirgli dentro la testa, fortissimo, quale mai aveva provato in vita sua. Serrò i denti fino a romperli e sentì del liquido caldo uscirgli dalle orecchie. Gli venne alle narici un odore di rosa.
Poi basta.

mercoledì, dicembre 24, 2008

Cin cin

Si è discusso il caso di Eluana Englaro (e di suo padre Beppe) ben oltre il limite dell’umana pietà e, probabilmente, oltre quello della decenza. Immagino che la nostra invadenza (nostra in quanto pubblico pagante del circo dell’informazione) in una storia di assoluta sofferenza, rimasta lontano da qualsiasi clamore per più di quindici anni e poi finita sotto i riflettori del dibattito politico-istituzionale, sia per la famiglia della ragazza di Lecco difficile da sopportare tanto quanto il pensiero di una morte innaturalmente desiderata, che giunga, infine, come requie, riposo, silenzio. Quanto maggior rispetto si dovrebbe invece osservare nei confronti del coraggio straordinario di chi, pur fiaccato dal dover assistere ogni giorno per anni ad una morte in continue piccole dosi (e non credo ci si possa mai mitridatizzare a questo), per compiere l’estremo atto d’amore verso una figlia, ha avuto la forza di sfidare la politicizzazione della propria sofferenza!
Dopo la pronuncia della magistratura che, nel rispetto della volontà che Eluana aveva precedentemente manifestato nella pienezza delle sue facoltà, ha autorizzato la sospensione dell’alimentazione forzata, si sono aperti non uno, ma due fronti di scontro ideologico assoluto e violento. Secondo abitudine, gli italiani hanno avuto il piacere di schierarsi con vigore secondo le proprie convinzioni, mostrandosi però al contempo incapaci del benché minimo rispetto del dolore altrui. A dividere la platea non è soltanto il tema della misura del diritto all’autodeterminazione, ovvero del se e in che misura a ciascuno di noi possa rivendicare le facoltà di un vero e proprio “diritto di proprietà” sulla propria vita. Sappiamo benissimo come il dibattito nel Paese su temi di questa natura finisca per essere fortemente influenzato dal ruolo che la Chiesa esercita nella vita pubblica e nella politica italiana, rispetto alla quale il Vaticano oggi può vantare (e di fatto fa pesare) una sorta di golden share riconosciutagli da entrambi gli schieramenti. In questo senso, la vicenda di Eluana è solo l’ultima di una lunga teoria di questioni sulle quali la Chiesa ha con forza preteso di far valere le proprie ragioni (testamento biologico, diritti dei conviventi, utilizzo delle cellule staminali per fini di ricerca, fecondazione assistita solo per citare le prime che vengono alla mente).
Ma il caso degli Englaro è stato cooptato anche nella polemica di strettissima attualità che ha ad oggetto i rapporti tra magistratura e politica. La querelle che vede da tempo opposti i giudici ai politici verte principalmente sul seguente dibattito: è preminente il principio di uguaglianza di tutti i cittadini davanti alla legge oppure quello secondo il quale un parlamentare votato dagli Italiani deve godere di una tutela eccezionale perché possa espletare senza condizionamenti di sorta il suo compito di rappresentanza? La politica deve o non deve avere un ultimo grado di controllo sulle indagini promosse dai giudici nei suoi confronti? Il giudice risponde esclusivamente alla legge oppure anche ad altri organi dello Stato?
La legge, oggi, non regola esplicitamente il caso di Eluana, ovvero quello di un adulto caduto in stato di incoscienza permanente che abbia in passato manifestato in maniera libera ed inequivocabile la propria contrarietà ad essere mantenuto in vita artificialmente. Non c’è una previsione legislativa che dica a chi spetti, eventualmente, di dare corso a quella volontà individuale ovvero secondo quali modalità si debba procedere. Il giudice, allora, adito dai familiari della ragazza, ha colmato questo vuoto legislativo, arrivando, come peraltro la legge gli attribuisce facoltà e responsabilità di fare, ad una determinazione fondata sull’applicazione al caso concreto dei principi generali del nostro ordinamento. La richiesta di Beppe Englaro ha fatto sì che sia stata, di fatto, la magistratura, e non la politica, a regolamentare un tema dai risvolti etici tanto delicati qual è quello della misura del diritto all’autodeterminazione.
Nessuna pietà umana (prima ancora che cristiana) ha impedito nei giorni scorsi al Ministro Sacconi di andare apertamente contra legem e di minacciare esplicitamente le cliniche che eventualmente si dicessero disponibili ad ospitare Eluana perché sia data attuazione alla sentenza che permette di staccare i sondini tramite i quali la ragazza viene alimentata artificialmente. La presa di posizione dell’ex esponente socialista, da un lato, mira a riaffermare, anche funzionalmente alla disputa sull’autonomia della magistratura, una supremazia della politica nelle relazioni istituzionali, dall’altro si premura di preservare il consenso ed il credito che tanto generosamente le gerarchie vaticane hanno accordato a gran parte dell’odierna classe politica italiana.
Si sa che guardando all’infinitamente grande, ogni caso particolare scompare, mentre guardando all’infinitamente piccolo, qualsiasi regola generale perde significato. Nell’inevitabile relativizzazione di ogni verità, a cui siamo costretti dalla nostra natura e dalle nostre misere capacità, c’è una cosa però che penso si possa ritenere ormai oggettiva, certa, definitivamente acquisita: la pochezza, prima di tutto umana, di Sacconi. Oddio, non che questa piccola verità ci aiuti a campare meglio. Sacconi rappresenta, fortunatamente, pochissimo nelle nostre vite. Diciamo, però, che per chi è abbastanza frustrato dalla propria sostanziale incapacità di dare l’attributo di Vero ad alcunché, l’assoluta pochezza di Sacconi è una specie cordialino per brindare al nuovo anno.
Auguri.

giovedì, ottobre 30, 2008

Ossimori emotivi

Non so dire se si provi più rabbia o rassegnazione nel leggere le cronache degli scontri tra studenti avvenuti a Piazza Navona, di fronte a forze di polizia immobili colpite da fulminante apatia. La rassegnazione nasce dal prendere atto che ormai assistiamo a fatti estremamente gravi come quello accaduto ieri, lasciandoceli scivolare addosso senza reagire, guardandoli alla tv con il terribile distacco che riserviamo alle vittime di lontani terremoti in regioni sperdute del Medio Oriente.
Eppure, già nelle settimane scorse, si era stigmatizzato un atteggiamento del Presidente del Consiglio, se non di interesse, quantomeno di partecipata attesa, riguardo alla possibilità che le pacifiche manifestazioni di contrarietà al decreto Gelmini venissero funestate da violenze fra partecipanti. Ricordo il timido Veltroni lanciare l’allarme per la definizione di “facinorosi” che il premier aveva riservato agli studenti manifestanti. Oggi, anche facendolo con un maggiore vigore che Veltroni non mostra di avere, riuscire a spiegare agli Italiani quanto pericolose possano essere le parole è impossibile. Nel corso degli ultimi quindici anni, Berlusconi ha dimostrato (convincendo pienamente i suoi avversari a mutuarne gli atteggiamenti) come la comunicazione politica debba essere confezionata come se si parlasse ad un bambino di dodici anni. Il sottoprodotto di ciò (gli storici sapranno dire se e quanto esso sia stato voluto o meno) è che oggi quasi l’intero mondo della comunicazione appare regredito a tal punto da parlare esso stesso come un bambino di dodici anni. Ormai “agguerriti”, “esaltati”, “scalmanati”, “facinorosi”, “violenti”, “comunisti” e “fascisti” sono, alfine, divenuti sinonimi e questa indistinta confusione lessicale ha generato simmetricamente un'incapacità ed una mancanza di volontà di analizzare, contestualizzare e, in definitiva, spiegare quel che accade. Oggi a nessuno è chiesto conto delle parole che usa, tanto che nella politica è ormai sempre più in voga l’abito di rilasciare dichiarazioni, che, saggiatone in tempo quasi reale l’impatto, vengono immediatamente corredate di un’interpretazione ufficiale, autentica. Tutto così è sottratto a qualsiasi valutazione indipendente e nessuno deve mai rispondere di alcunché.
Di qualche giorno fa sono i mirati consigli che il Presidente emerito Cossiga ha voluto dare a mezzo stampa al suo successore al Viminale Maroni. La rassegnazione è anche nel vedere quanto frusto sia ormai il ricettario delle sconcezze politiche: la solita manipolazione della pubblica opinione, la solita infiltrazione di soggetti consapevoli o strumentalizzati, la solita repressione del dissenso con il beneplacito della maggioranza silenziosa ed abbindolata. E dunque, per tornare a ieri, il solito camioncino di persone venute a menare un po’ le mani, a sentirsi un po’ più importanti del nulla che sono e ad eseguire il proprio compitino, esattamente come altri avevano deciso dovessero fare.
Sono cose già viste centinaia di volte in Italia.
E la rabbia? Lo scontro politico degli anni settanta aveva ad oggetto l’idea stessa di Stato, la nostra collocazione nel mondo. Ci si spendeva con vigore (fino ad eccessi che hanno generato mostri, come tutti sappiamo) per cambiare la propria posizione sociale, per chiedere un mondo migliore ed una società più giusta. Si perseguivano, cioè, obiettivi, se non si vuol dirli alti o nobili, comunque ambiziosi, ai quali in ogni epoca uomini di ogni convinzione hanno scelto di consacrare la propria vita.
Beh, la rabbia è constatare come oggi la nostra passione politica si risolva in maniera praticamente esclusiva nell’azzuffarci affinché la fazione alla quale abbiamo deciso di appartenere sia vincente e possa consolidarsi al potere. Viceversa poco o nulla interessa oggi dei contenuti della politica, cioè di ciò che dovremmo considerare il fine ultimo della nostra stessa partecipazione politica.
L’Italia, oggi, è un impenitente Dongiovanni, che, ricevuto finalmente il fatidico invito a salire su a bere qualcosa, sorride, esulta, rimonta in macchina e va a casa a vedere la tv.

martedì, ottobre 07, 2008

Mission impossible

Assonnato e di normale malumore, guidavo verso l’ufficio. Solito traffico, solito percorso, solita andatura da cane zoppo, almeno fino all’apertura delle gabbie di quel grande cinodromo che è il GRA. L’abitudine è una compagna rassicurante e ad essa ci aggrappiamo specialmente ad inizio giornata, quando c’è da vincere il pensiero di tutti gli impegni che ci attendono.
La spia era di un bell’arancione vivido, sin dalle sei di pomeriggio del giorno prima. In questi casi, però, ho ormai perfetta cognizione dei chilometri di autonomia che corrispondono all’esiguo, infinitesimale spazio che separa l’asticella dell’indicatore della benzina dallo zero assoluto. Infatti, dopo poche centinaia di metri, ecco un grande cartello verde ad indicare che a circa duemila metri da dov'ero si trova un distributore che pratica il conveniente prezzo di 1,322€ al litro.
Nonostante questo, ho rischiato lo stesso di rimanere a piedi. No, non ho dovuto spingere la macchina per arrivare dal benzinaio. Semplicemente sono piombato in una forma di trance, dalla quale sono riemerso soltanto quando l’area di servizio appariva piccola piccola dentro il mio retrovisore. Ho pagato la fortuna di trovare di lì a pochi minuti un altro distributore, rifornendo all’astronomica cifra di 1,402€ al litro. Maledizione.
Il fatto che è che stavo sentendo musica, come faccio quasi sempre mentre guido. Ricordo la progressione geometrica finale di Nord, con il sax tenore, il sax alto, la tromba e poi il loro ensemble ad accavallarsi su due temi magici come quelli che solo il vecchio astigiano sa tirar fuori. Anche ora che ci ripenso, visualizzo l’immagine che sempre mi si condensa nella mente quando ascolto quel pezzo: un grande prato in altura, l’aria fina e pungente, colori eccessivi per troppa vicinanza al cielo e profumi vergini. Finito il brano, dopo qualche secondo di fiatone post-coitale, mi sono risvegliato e ridevo, di vera contentezza.
Tutto ciò mi capita spesso, quando ascolto musica. Penso che essa sia un mistero, una magia, un dono. La musica mi porta schegge di verità. Quel che di me e del mondo non so capire con gli sforzi ottusi della mia povera intelligenza, me lo rende chiaro la musica. Essa usa quali parole le nostre sensazioni indicibili, compilandoci le emozioni direttamente in linguaggio macchina.
Così, rispondere ad una email tutto sommato innocente, dall’onesto titolo “Una dura missione…”, con cui un mio collega molto simpatico mi chiedeva di dargli i titoli delle dodici canzoni a mio giudizio più belle, s’è rivelato un impegno veramente duro. Mi sono portato, ovviamente, il lavoro a casa. Non potevo correre il rischio di tralasciare qualcosa di fondamentale, per difetto di una memoria a volte labile. Ridurre la forza comunicativa della musica in dodici esempi è di per sé un esercizio estremo, un volteggio ardito, un’acrobazia avventata e proprio non mi sarei potuto cimentare, senza almeno la rete di salvataggio dei miei cd ordinati alfabeticamente. È stato un processo di violenza inaudita, ai limiti della stupidità, dover scegliere tra Fossati e Jimi Hendrix, tra John Lennon e Giovanna Marini. Però quello era il cimento e quello ho fatto, sia pure non fino in fondo. Non sono riuscito a scendere sotto i 14 brani. Sarebbe stato troppo doloroso dover selezionare ulteriormente.
Ancora di più mi ha pesato non riuscire a separare bene tutte le componenti che immancabilmente entrano in gioco quando si fanno valutazioni come queste. Quanta parte delle mie scelte è dipesa da quello che pensavo sarebbe piaciuto al mio collega? Quanta parte invece è dipesa dal mio particolare umore di quella giornata? Considero un disco nuovo o un artista sconosciuto come un regalo da scartare. Quanto ha pesato nelle mie scelte il piacere che sempre mi dà fare regali? Impossibile dirlo. Il fatto è che ogni volta che si guarda un quadro, lo si ridipinge daccapo. Ho imparato da tempo che ciò è naturale e, perciò, inevitabile. Dunque, lo accetto, però mi fa rabbia.
Rispondendo al mio collega, ho accompagnato la mia lista con la data, il luogo e l’ora delle mie scelte, pur consapevole che ciò non sarà bastevole a salvarmi l’anima.

Hothouse Flowers - Be good
Dave Matthews Band - Stay (Wasting time)
Living Colour - Love rears its ugly head
Led Zeppelin - In my time of dying
Queen + David Bowie - Under pressure
Peter Gabriel - Sledgehammer
Bob Dylan - Jokerman
C.S.I. - In viaggio
Vasco Rossi - ....stupendo
Lucio Dalla - Treno
Paolo Conte - Nord
Gianmaria Testa - Per accompagnarti
Giorgio Gaber - Io se fossi Dio
Enzo Jannacci - Parlare col liquido

lunedì, settembre 01, 2008

I love this game

Io amo il calcio. Penso sia davvero il gioco più bello del mondo. Forse in nessun altro sport come nel calcio il risultato di una gara è così in bilico tra il poter essere deciso dall’invenzione di un singolo o dal furioso applicarsi di un coro senza corifei.
Ogni estate, nel periodo di secca, m’aiuto con lo sciocco vaniloquio del calciomercato e tento di autoconvincermi che l’attesa è davvero il più sublime dei piaceri. Insomma, consumo calcio, in maniera consapevole e convinta. Faccio parte di quella fitta schiera di calciofili che per vedere la miseria di venti minuti di servizi sulle partite della domenica, invece di rifiutarsi come orgoglio e dignità pretenderebbero, si beve pomeriggi di pessima tv, fatta di chiacchiere false e tonnellate di pubblicità.
Questo breve, eppur necessario, autodafé serve a dire che non sono in alcun modo apparentabile a coloro che sono soliti sdegnarsi per gli stipendi astronomici dei calciatori, a quelli che considerano una partita di calcio lo spettacolo di ventidue imbecilli in braghette dietro ad un pallone, ai tanti puri di cuore che, ogni quattro anni, in corrispondenza dei Giochi Olimpici, riscoprono quanta maggiore dignità risieda negli atleti del Keirin.
So accettare l’avida falsità dei procuratori, l’idiozia della moviola, il cinismo delle radio private che danno voce a tifosi che non hanno nulla da dire, la mancanza di qualsiasi etica nei rapporti tra squadre, a confronto delle quali le contrade del palio di Siena somigliano ad educande sprovvedute e ingenue.
C’è, però, una cosa che arriva a guastarmi il piacere del pallone, là dove non possono la cupidigia economica, l’insulsaggine e la disonestà: il tifo ultrà.
È notizia di ieri che i passeggeri dell’Intercity Napoli-Torino, in possesso di regolare titolo di viaggio, per provvedimento delle autorità di pubblica sicurezza, sono stati fatti scendere dal treno, a causa della presenza sul convoglio dei tifosi del Napoli, di nuovo in trasferta alla volta della Capitale dopo sette anni di divieti. Il provvedimento ha avuto certamente ragion d’essere, dal momento che all’arrivo alla stazione di Roma Termini il treno riportava danni per circa 500.000€.
Certo è gravissimo e realmente insopportabile che la collettività debba ripagare i costi di questo scempio. Non è però neppure questo che riesce ad inquinare la mia passione calcistica. Quel che davvero, in ormai sempre meno rari momenti di lucidità, mi rende impossibile continuare a consumare calcio è vederlo utilizzato come pretesto per una guerra eversiva.
Il solito, pervasivo conflitto di interessi del signor B. (proprietario di squadra e proprietario delle televisioni che comprano gli eventi calcistici) rende meno semplice che sui media si chiamino le cose con il proprio nome. Si parla di teppisti che non sono tifosi, si compatiscono le povere menti che si fanno coinvolgere da una delirante idolatria congiunta di Totti e Mussolini, si offrono raffinate letture sociologiche del disagio giovanile, si condanna duramente la violenza, si piangono i morti. Quasi da nessuna parte, però, si scrive o si dice che siamo di fronte ad un fenomeno di terrorismo eversivo, non so dire se più o meno grave del brigatismo, ma che certamente di quest’ultimo ha la medesima natura.
Da anni, ormai, le tifoserie (fatte salve alcune luminose eccezioni che pure non ci vogliamo far mancare) non combattono più le une contro le altre, ma uniscono i loro mezzi contro un nemico comune: lo Stato. La guerra ha per oggetto principale l’extraterritorialità dei luoghi del calcio: stadi, treni, autogrill, strade. Gli ultrà vogliono affermare il principio che, là dove c’è calcio, non vige più il sistema delle regole dello Stato, ma uno alternativo che lo Stato deve rassegnarsi a concertare con loro. Ho sentito esprimere ieri sera in tv moderata soddisfazione perché almeno stavolta non s’è dovuto raccogliere nessuno da terra. Ovviamente rende felici che nessuno abbia perso la vita. Non si può però dirsi soddisfatti di alcunché: se il punto vero del conflitto è l’accreditamento degli ultrà come parte belligerante, qualunque concessione, qualsiasi “apertura di credito” è già una sconfitta. La vittoria dello Stato, ahinoi, passa per le difficoltà che gli appassionati veri, i padri con i figli, desiderosi di vedersi la partita, sopportano per recarsi allo stadio, nella convinzione che se c’è un’emergenza da gestire, allora si accetta di veder compresse le proprie libertà: mostrare i documenti di identità per acquistare biglietti, non poter acquistare i tagliandi direttamente allo stadio, essere perquisiti fuori ed spiati dalle telecamere all’interno dello stadio. Se una lotta intransigente contro il tifo ultrà ha come prezzo tutto questo, ebbene sono contento di pagarlo e che si chieda di pagarlo a noi cittadini. In questo senso, allora, qualsiasi “apertura di credito” è un errore, anzi è un tradimento verso la società civile, che alla fine è la sola a patire veramente gli ostacoli della blindatura e della militarizzazione degli stadi.
Il tifo organizzato, con buona pace delle varie curve, non è parte diretta dell’evento calcio. Gli ultrà, nonostante i loro sforzi criminali, sono e restano un fatto accessorio, senza il quale il calcio può giocarsi magnificamente e, anzi, meglio. Il punto più basso a cui si è arrivati fu in un derby romano della primavera di quattro anni fa, che fu sospeso quando circolò la notizia, poi rivelatasi del tutto infondata, di una bambina investita ed uccisa da un’auto della polizia. I capi delle tifoserie entrarono in campo a “spiegare” a giocatori, giudici di gara e delegati della Lega calcio, che non c’erano più le condizioni per proseguire. E la partita, in un improvvisato summit di pubblica sicurezza, nel quale gli ultrà hanno avuto la parola definitiva, venne sospesa.
Tutto questo è non solo intollerabile, ma anche pericoloso e richiede una risposta forte, immediata, frontale. In ogni curva ci sono pochi capibastone, che utilizzano il collante dell’ideologia politica per accrescere e compattare la propria falange di ragazzi sempre più giovani. Con l’occasione, mentre arruolano e forgiano, realizzano fatturati di tutto rispetto. Per il bene del Paese (non del calcio), ritengo indispensabile che lo Stato agisca verso di loro come è doveroso fare di fronte a una strategia eversiva, che punta a minare (sia pure in un contesto definito e limitato, quello calcistico) l’ordine costituito.
Come insegna la storia di Al Capone, anche l’evasione fiscale può andare bene.

venerdì, agosto 01, 2008

Africa per noi

Ci insegnano a scuola che l’uomo è giunto all’apice della piramide evolutiva grazie alla sua elevatissima capacità di adattamento all’ambiente. Ognuno di noi, nel corso della propria vita, è in grado di sviluppare, meglio di ogni altro essere vivente sulla terra, le proprie strategie di risposta alle pressioni esterne, così da saper reagire in maniera efficace alle difficoltà che incontra.
Qui, nel cosiddetto primo mondo, sappiamo da tempo come appagare i nostri bisogni primari (mettere insieme il pranzo con la cena). Questo, però, lungi dal darci serenità, genera in noi desideri molto più sofisticati, che facciamo gran fatica a soddisfare e che ci rendono infelici.
In fondo, la società occidentale basata sui consumi ha terribilmente bisogno - per poter prosperare - della nostra frustrazione e dei bisogni che da essa scaturiscono. Di più, i signori neri del marketing, con strumenti sempre più raffinati, stimolano continuamente i nostri bisogni latenti, facendo leva sulle nostre pulsioni più intime. Estraggono dai nostri pozzi il vero propellente del sistema economico: l’infelicità.
Allora vogliamo donne eternamente belle e uomini potenti. Vogliamo macchine prestigiose e vestiti preziosi. Odiamo il nostro capo, con tutte le nostre forze, perché vorremmo essere come lui. Vogliamo dimostrare agli altri il nostro potere (per piccolo che esso sia), esercitandolo in maniera arbitraria e terrorizzante. Vogliamo essere accettati da chiunque, a qualsiasi costo, in qualunque contesto: l’importante è essere in gruppo ed avere qualcuno sotto di noi. È una vita, la nostra, totalmente permeata dall’angoscia, anzi dalla paura del giudizio altrui. La sola cosa che ci dà brevi momenti di pace (non credo di poterla chiamare felicità) è sentire l’invidia degli altri compagni di catena. Questo ci fa presumere di non essere gli ultimi in fondo alla lista e ci rassicura per un po’.
Due persone a me molto care, ciascuna per proprio conto, sono state in Africa quest’anno. Quando ho chiesto loro di dirmi della loro esperienza, la prima cosa che ambedue hanno avuto praticamente l’urgenza di raccontare è stata la difficoltà a rientrare in un sistema di vita totalmente governato da bisogni irragionevoli e paure irrazionali. Mi hanno detto di un vero e proprio smarrimento nel non saper riconoscere più le ragioni dell’importanza fondamentale che siamo soliti attribuire ad alcuni aspetti della nostra vita quotidiana. L’Africa porta, necessariamente, ad essere essenziali e a riappropriarsi di quelle felicità semplici che qui diamo sempre per scontate. Entrambe mi hanno parlato di un periodo di almeno una decina di giorni in cui sono state combattute da sentimenti in reale contrasto tra loro: da un lato la voglia di rimanere aggrappati alla felicità nuda, viva, reale, immediata, saporita che l’Africa ha donato loro, dall’altro il desiderio di tornare a quel pezzo di mondo ormai aderente in maniera perfetta alle loro forme. Come se, tornate, non vedessero l’ora di riavere conficcata nella pelle quella spina che era in loro da sempre e che l’Africa gli aveva tolto.

La mia Africa è Paolo Conte.

martedì, luglio 01, 2008

Presidance

Dentro il Partito Democratico le acque sono comprensibilmente agitate. Chi più apertamente, chi meno, molti dei leader stanno presentando il conto a Walter Veltroni, sia per la sconfitta elettorale, sia per la riluttanza mostrata nel volerne analizzare in maniera formale e collegiale le ragioni.
Uno degli argomenti oggetto di discussione riguarda la Presidenza del PD: pur per ragioni diverse, tutte le principali componenti del partito si dicono (oggi) d’accordo nel ritenere quasi naturale che Presidente sia Romano Prodi. Di quest’ultimo, però, è ben nota la più volte ribadita indisponibilità ad assumere la carica.
Sono giorni, questi, in cui il tema delle priorità dell’agenda politica è assai dibattuto. Vien da chiedersi se la questione di un incarico in genere più onorifico che operativo sia davvero una delle attuali priorità del PD, in questo momento in cui l’economia va male, la società (se possibile) va ancora peggio dell’economia ed il capo del Governo torna a squadernare le fondamenta istituzionali della Repubblica per risolvere le sue proprie beghe personali.
Io credo di sì.
Mentre non vi sono dubbi su come il PD si ponga (e probabilmente continuerà a porsi) rispetto all’esperienza dell’Unione, credo che esso debba chiarire a se stesso che rapporto ha con ciò che sono stati Prodi ed i suoi governi e con l’esperienza dell’Ulivo.
Trovo che la discontinuità che c’è stata con l’insediamento di Veltroni sia stata grandissima. Si dice che il PD di Veltroni sia un partito a vocazione maggioritaria e che questa sua attitudine sia stata dimostrata in primo luogo dalla scelta (ancorché non compiutamente percorsa) di presentarsi da soli alla competizione elettorale. Ancor di più, a mio modo di vedere, l’abito maggioritario è forte nell'affrontare le questioni interne al partito. In virtù del 75% di consensi ottenuto nelle primarie, Walter Veltroni ha abbandonato ogni forma di dialettica interna, non solo relativamente alla definizione della linea politica del partito (che può giudicarsi cosa imprudente, ma non scorretta), ma anche su alcune questioni fondanti il PD stesso, che per l’incapacità di operare una sintesi tra le diverse anime del partito, sono rimaste aperte, prima fra tutte la collocazione sullo scenario politico europeo.
Veltroni vuole Prodi presidente nonostante questa differenza profonda, per ottenere da lui quel placet sulla sua leadership che darebbe al suo 75% formale una corrispondente forza sostanziale. La Bindi vuole Prodi presidente per costringere Veltroni a prendere atto che la sua guida non è oggi e mai potrà essere il regno di un sovrano assoluto, che bisogna riprendere la via del dialogo paziente che Prodi ha sempre seguito nel tentare di armonizzare i percorsi di post-comunisti e post-democristiani e che proprio nell’aver voluto dare per scontati alcuni passaggi identitari si trovino le ragioni dell’entità della sconfitta elettorale.
Prodi, dal canto suo, ha le sue ragioni per negare l’endorsement a Veltroni. In primo luogo, è stata tatticamente incomprensibile la celebrazione delle primarie ad incoronare il leader del nuovo PD a non più di un anno dalla vittoria di Prodi del 2006. Questa situazione non poteva che provocare un logoramento reciproco (si ricorderà, ad esempio, l’attivismo di Veltroni, allora leader in pectore, mal sopportato da Prodi a Palazzo Chigi, all’indomani della morte della povera signora Reggiani), che è stata una delle vere ragioni della caduta del governo di centrosinistra. Secondariamente, ancora una volta per una supposta convenienza tattica, Veltroni ha in campagna elettorale scientificamente ripudiato in toto l’esperienza del governo Prodi. Si può dire che se non ha mai nominato Berlusconi, chiamandolo “il principale esponente dello schieramento a noi avverso”, altrettanto ha fatto con l’ex presidente del Consiglio, buttando con l’acqua sporca dell’impopolarità anche il bambino del riequilibrio dei conti e di un ciclo economico tornato virtuoso.
Tutto questo si traduce oggi in correnti che si organizzano (D’Alema), in pretese di convocazione degli organi del partito (Bindi), in richieste di cambio al vertice (Parisi).
Un PD acefalo non solo non fermerà Berlusconi (ed anzi avrà la responsabilità di un’eventuale ascesa al Quirinale dell’uomo che più di ogni altro ha diviso il Paese invece di unirlo), ma neppure vincerà mai le elezioni se e quando mai si tornerà a votare. Spero che in primo luogo Veltroni se ne renda conto quanto prima.

lunedì, maggio 26, 2008

Italo

Mi chiamo Italo, a luglio compio quarantanove anni e vivo a Roma. Ho una moglie e tre figli (due maschi e una femmina). Di mestiere faccio il tranviere, cioè guido l’autobus. Voglia di studiare ne ho sempre avuta poca, così ho smesso dopo tre anni di ragioneria. Quando lo dissi a mio padre, lui non batté ciglio e mi portò dal sor Mario, che aveva l’officina giù all’Acqua Bullicante. Il sor Mario era amico di mio padre (anche se a casa nostra non veniva mai) e così mi prese a bottega. Nel quartiere si diceva che se avevi problemi di baiocchi, potevi andare da lui “che se glieli chiedi, te li presta…”. Non lo so se davvero dava i soldi a strozzo (certo, gente col cappello in mano se ne vedeva in officina), ma con me il sor Mario è stato una brava persona. Ci ha provato ad insegnarmi il mestiere, compreso come si fa a dare qualche fregatura a qualcuno che se lo merita, ma io in realtà non volevo fare il carrozziere e così lasciai perdere. La verità è che non avevo neppure voglia di lavorare. Ero bello, a quel tempo. Lo so che ora che sono così, con la pancia, la pelata in testa e i peli che escono a ciuffi dal naso e dalle orecchie, è difficile da credere. Ma ero bello. Mi piaceva andare al mare, a Ostia, giù ai cancelli. Andavamo io e Franco, con il mio Vespino, e stavamo tutto il giorno a dare la caccia alle ragazze. Il primo che beccava, tornava a casa con la Vespa e la ragazza, l’altro da solo con l’autobus. A Ostia, fra l’altro, vidi per la prima volta mia moglie.
Quando smisi di andare dal sor Mario, mio padre non mi rivolse più la parola. Io entravo in una stanza e lui usciva. Io mi sedevo a tavola e lui si alzava per andare a vedere la televisione. Mia mamma soffriva terribilmente questa situazione. Ogni volta che provava a dire a mio padre “Alfio, è ancora un ragazzo…”, lui le rispondeva “È un ragazzo un bel cazzo. Quello vuol fare solo la bella vita!” e sbatteva con forza la mano sul tavolo, come a darmi quello schiaffo che non mi ha mai mollato davvero.
Mia mamma era una donna molto semplice e religiosa. Andava a messa tutte le settimane. Una domenica mattina, dopo la funzione, andò da Don Lino, il parroco, a parlargli di questo figlio che non voleva avere né arte né parte. Don Lino mi conosceva, nel senso che sapeva chi ero e ricordava che, quando avevo sette, otto anni, andavo con i miei compagni a fare il chierichetto. Qualche domenica dopo, il prete, licenziati i fedeli con la formula canonica, fece cenno a mia mamma, che come sempre era in prima fila, di seguirlo in sagrestia. Dandole le spalle mentre riponeva con cura i paramenti, le disse che le porgeva la benedizione del cardinal Rocchi, al quale il presidente dell’azienda comunale trasporti, devotissima persona di cui l’alto prelato era insieme padre confessore e consigliere spirituale, aveva manifestato la propria preoccupazione per la difficoltà di trovare giovani assennati che potessero diventare buoni autisti. Don Lino le disse anche che ero atteso l’indomani mattina all’azienda trasporti.
Sono quasi trent’anni che guido gli autobus. Da quando ho iniziato, è cambiato tutto. Una volta guardavo dentro lo specchietto retrovisore e vedevo persone attente a non prendersi più libertà di quanta non ne concedessero il decoro e la buona educazione. Gli anziani erano seduti ed i giovani restavano in piedi. Si vedevano scarpe consumate ma lucide e giacche con le toppe ai gomiti. L’autobus della mattina era un pieno di persone prima di tutto ricche di decenza e rispetto verso se stesse. Insomma, era un’Italia un po’ più povera, ma molto più dignitosa.
Oggi, ragazzine dell’età di mia figlia salgono in gruppo, ridendo e strillando come se fossero sole in una piazza deserta. Hanno quindici anni e sono vestite alle nove di mattina come quelle che alla sera sono in televisione. Quando sono fermo al semaforo, le spio dal retrovisore. Se si accorgono di essere osservate, si mettono in posa e fissano lo specchietto come fosse una telecamera accesa. Non penso mai che mia figlia è una di loro. Anche mia figlia farà così? Sicuro, anche se in realtà non lo so. Veramente non so niente di lei. Quando ero ragazzo, era mio padre a volermi evitare, oggi è mia figlia. Sta sempre insieme a quell’amica sua cicciottella, Nadia, e non si sa mai dove vadano né con chi stiano. E poi (altro mistero) è sempre al cellulare; il suo telefono, tra sms e chiamate, squilla continuamente. È mai possibile che solo io, quando la chiamo, lo trovi invariabilmente chiuso? Non so neanche se va bene a scuola, se ha un fidanzato, se è ancora vergine. Niente. Parla solo con sua madre. Le sole volte che mi rivolge parola è quando mi chiede soldi: per andare al mare con gli amici, per la ricarica del telefonino, per la benzina del motorino, per qualsiasi cosa. Bisogna che la madre glielo dica che tocca cambiare registro. Perché tanto la colpa è di mia moglie: quando io mi impongo e nego qualcosa ai figli, lo so che lei alla fine, di nascosto, gliela dà. Lo fa perché vuole essere la genitrice preferita. Stronza. E invece una regolata se la deve dare pure lei, la stronza, perché, tra il mutuo, la rata della macchina e tutto il resto, di soldi non ce n’è più e non è più tempo di buttarli via comprando sandali e occhiali da sole alle bancarelle da quei Mustapha, Ibrahim e Mohamed, che non ho capito perché poi devono venire tutti qui, invece di starsene a casa loro, in Africa o dove gli pare.

E ora? Che c’è adesso? Ah, eccone un altro che non sa dov’è che deve scendere. Ma non lo sai che non si parla al conducente? Bello mio, se non sai qual è la tua fermata, sono cazzi tuoi. È la vita, mi dispiace.
Io, finito questo giro, vado a casa.

domenica, aprile 06, 2008

You are here

In questi giorni, sono molto popolari sulla rete i test di auto posizionamento politico. Praticamente, si dà risposta ad una serie di domande su alcuni dei principali temi oggetto di dibattito e alla fine si ottiene un diagrammino, nel quale sono evidenziate le distanze tra chi fa il test e i vari partiti che sono oggi impegnati nella campagna elettorale. Ne ho fatti un paio, che mi hanno dato risultati tra loro molto diversi. In un caso, le mie posizioni si sono sovrapposte in maniera praticamente perfetta a quelle di un certo partito; nell’altro la minor distanza rilevata (comunque significativa) era quella che mi separava da una formazione politica che appartiene ad uno schieramento per il quale non ho mai votato. Come sempre accade nelle indagini di qualsiasi tipo, le risposte possono venire facilmente influenzate dal modo in cui sono formulate le domande: ad esempio, un conto è chiedere se si vuole il ritiro delle truppe dall’Afghanistan; un altro è chiedere se si è favorevoli ad un loro aumento, come richiesto all’Italia dagli USA. L’introduzione nella domanda dell’elemento “fedeltà atlantica” sicuramente non è neutrale rispetto al tema “ritiro dall’Afghanistan” ed esso finisce per avere un forte impatto sulle risposte. Credo che, in realtà, la valutazione vada fatta al contrario, cioè misurando la distanza dei partiti dalle nostre convinzioni.
Io vorrei un paese più autonomo dalle ingerenze vaticane e dunque sono favorevole alla più ampia libertà di ricerca, sono contrario all’equiparazione tra scuola pubblica e privata, sono contrario alla revisione della legge sull’aborto, sono favorevole alla regolamentazione delle unioni civili per i conviventi, che è giusto non chiamare “matrimonio” (in senso antropologico), ma che generano “famiglie” che vanno riconosciute dall'ordinamento e tutelate giuridicamente.
Vorrei un paese che persegua un europeismo non di facciata. Da anni sono convinto che quest’economia globalizzata potrà trovare un suo equilibrio solo quando si saranno affermate tre grandi macroaree (attorno a euro, dollaro e yuan rispettivamente), omogenee e liberalizzate al loro interno, ma ben protette ai loro confini. Vorrei un paese che lavorasse perché il nostro blocco diventi omogeneo e saldo il prima possibile, perché questa è la sola maniera di guadagnarci il lusso di rimanere quello che siamo oggi. Per questo essere ricompresi nel corridoio 5 è troppo più importante delle ragioni pur giuste, ma particolari dei comitati NO TAV.
Penso – come dice Giulio Tremonti – che bisogna lavorare per una nuova Bretton Woods e per la riforma del WTO. Penso che bisogna impegnarsi per il rilancio delle grandi istituzioni internazionali, per affermare un vero multilateralismo nella politica estera mondiale.
Vorrei che qualcuno avesse il coraggio di dire che la lotta di classe esiste ancora, ma che le classi sono cambiate. Oggi la lotta di classe è tra i giovani ed i vecchi. Non vedo nessuno che si domanda se non vi sia qualcosa di sbagliato e di perverso nel fatto che il nostro mercato del lavoro prediliga i giovanissimi diplomati ai laureati. Io credo che quando un sistema spinge a non studiare, a non prepararsi ci sia qualcosa di incredibilmente sbagliato. Penso perciò non che siano da proibire le forme contrattuali atipiche, bensì il loro uso così disinvolto. Le aziende hanno il sacrosanto diritto di poter gestire - anche tramite il lavoro parasubordinato - temporanei picchi e momentanee crisi, ma le regole del mercato del lavoro oggi impongono a chi entra nel mondo lavorativo dai 4 ai 6 anni in media di insicurezze e disparità di trattamento, senza che alcun soggetto organizzato possa o sappia rappresentarne e difenderne le esigenze. Per questo sempre più ragazzi preferiscono non continuare a studiare: se, per poi trovare un posto a tempo indeterminato, si devono passare almeno 4 anni di lavoro precario, sottopagato e che poco o nulla contribuisce alla pensione, allora è ragionevole scegliere che questi anni siano ancora quelli in cui si è in famiglia e si è ancora giovanissimi. Oggi, in quelle famiglie fortunate in cui questo può avvenire, i padri e i nonni sussidiano i figli e i nipoti. Penso dunque si debba avere il coraggio di rivedere certi meccanismi ormai acquisiti, come la frequenza con cui le carriere automaticamente avanzano grazie agli scatti di anzianità, e di innalzare in maniera considerevole l’età a cui si va in pensione.
Penso che il varo di una legge sul conflitto di interessi e l’introduzione di un maggiore pluralismo nel mercato dell’editoria e della raccolta pubblicitaria siano due priorità assolute.
Penso che l’indipendenza della magistratura, frutto di un dettato costituzionale antifascista, sia un bene comune da preservare.
Penso sia giusto ribadire che il compito di ogni governo deve essere facilitare la creazione di nuovo reddito ed attuare meccanismi di redistribuzione, piuttosto che favorire l’accumulazione di ricchezza.
Penso che si possa scegliere di abbassare il carico fiscale, riducendo la spesa pubblica e le competenze nazionali a favore delle regioni, ma solo a patto che l’Italia continui ad essere un paese in cui non si muore per strada, in cui a nessuno è negata almeno la sussistenza e in cui i diritti fondamentali (istruzione, salute, sicurezza) continuano ad essere garantiti ad un livello omogeneo su tutto il territorio nazionale.
Penso che ci sia bisogno di fare chiarezza estrema tra liberalizzazioni e privatizzazioni. Sono a favore della presenza di una pluralità di attori in tutti i settori economici, ma ritengo che in Italia, in quella che si è chiamata “la stagione delle privatizzazioni”, ci si sia invece limitati a trasformare gli ex monopoli pubblici in monopoli privati. Credo che oggi sia fortissima l'esigenza di rimediare a questo errore.
Penso che il nostro paese sconti una dipendenza energetica troppo grande e che un progressivo ridursi del fabbisogno del petrolio, nell’attesa – almeno ventennale - che le fonti rinnovabili possano essere sfruttate grazie a tecnologie più efficaci ed efficienti, possa essere realizzato sia tramite la realizzazione dei rigassificatori, sia tramite un ritorno al nucleare.

Ecco, io sto qui.

mercoledì, marzo 12, 2008

Marketing esperienziale, FEEL

Certe volte mi immagino un dialogo tra Veltroni e un vecchio compagno del PCI, uno di quelli che ha fatto politica tutta una vita, non in Parlamento, ma sul posto di lavoro, in sezione e al bar del paese. Uno di quegli uomini fatti di sessant’anni che paiono settantacinque, di paga poca e lavoro da mulo e di bicchieri di rosso alle undici di mattina.
Immagino sarebbe una roba tipo Maciste contro i Dinosauri oppure Giulio Cesare contro i Samurai. Chiamiamo il vecchietto con uno di quei nomi romagnoli stupendi, che so, Olver oppure Ebro, accuratamente scelti dai genitori, una volta assodata l’inesistenza di un omonimo santo.
Facciamo si chiami Ornelio, ecco.
Io me li figuro Walter, anzi il Walter, e l’Ornelio davanti al bancone del bar della piazza di Premilcuore (FC), circondati da un po’ di persone. Vi lascio immaginare chi stia sorseggiando un tè verde equo-e-solidale e chi un bianchino frizzante.
Quasi me lo vedo davanti gli occhi il Walter che dice una roba tipo:
- “Eh, Ornelio, raccontaci. Raccontaci cos’era qui la Casa del Popolo e le ragazze con le gonne sotto il ginocchio e invitarle a ballare…”.
E l’Ornelio:
- “Ma non lo sai come funziona? Veltroni, ohè, ma tu a vent’anni non scopavi?”
- “Ma sì, ma sì, del resto ce l’avete insegnato voi come si fa. Allora, Ornelio, mi raccomando: ‘Yes, we can!’”
- “Ah, ecco, Veltroni, proprio a proposito di questo ti volevo chiedere una roba.”
- “Vuol dire ‘Sì, noi possiamo’. Lo so che per le persone che hanno una grande esperienza di vita magari non è immediato, ma l’America quando si tratta di sintesi bisogna lasc…”
- “Sta’ buonino, ché l’inglese lo so. L’ho studiato in sezione dal 1964 al 1969. Ho capito che ‘Noi possiamo’, però volevo chiederti: ma possiamo che?”
- “Goffredo (voltandosi verso Bettini), ricordiamoci di mettere nel programma che tutti i Super-8 delle feste delle Case del Popolo possono essere acquisiti in digitale gratuitamente come materiale culturale d’interesse nazionale. (Rivolgendosi poi di nuovo ad Ornelio) Ecco. Ora capisci cosa possiamo? Sei contento, Ornelio?”
- “Ci propri un quaiò, senza un bisinì ad pal, cun la testa bona sol par tenè so gli urecc!

mercoledì, febbraio 06, 2008

Ciascuno secondo le sue capacità, ognuno secondo i suoi bisogni

Son tante le questioni all’attenzione
di saggi, di filosofi e sapienti.
L’Essenza delle cose, che Platone
Idea chiamò, dicendoci valenti

a coglierne null’altro che un riflesso.
O l’obbligo del Dovere kantiano,
che vede esclusivamente in sé stesso
il presupposto dell’agire umano.

Ancora, l’impossibile fatica
di dare al mondo senso e direzione.
Non c’è chi questo meglio e più lo dica
di Wittgenstein, che nega ogni occasione,

prima ancor che al capire, al poter dire.
Ed ultimo il portato disgregante
di quel che Popper ebbe a definire
“una cosa da cui ben sia distante

la pura mente vergine del bimbo”.
A me vien solamente di poetare
su cose che si perdono nel limbo
dell’inutile, del particolare.

Ad esempio, mi dà un gretto piacere
raggiungere una vana perfezione,
lasciando netto, lindo lo sfintere,
espletata una copiosa eiezione.

venerdì, febbraio 01, 2008

Black dog

Bartho se ne stava appoggiato ad una quercia, a riposare. La lunga fuga lo aveva provato ed anche Koryx, cavallo nero, lucido, degno d’un Re, era sfiancato. Immerso nel bosco, ascoltava il fruscio continuo delle fronde, ad occhi chiusi. Nelle narici aveva il profumo del cuoio della lorica, in bocca il sapore della liquirizia. Sessanta miglia cavalcate furiosamente avrebbero spezzato la schiena a chiunque. Qualunque bestia sarebbe stramazzata al suolo, vinta dalla fatica. La paura, però, aveva saputo spingerli oltre i loro stessi limiti.
Dapprima si era lanciato lungo il corso del fiume. Poi, proprio nel punto in cui il verde si faceva tanto fitto da farsi notte, si era infilato nella foresta. Sempre al galoppo, senza voltarsi mai, quasi assaporava le frustate a sangue dei rami sulle braccia nude.
Ancora una volta, Bartho era sfuggito al suo destino.
Non pensava quasi più, Bartho. Scappava perché cercavano di ucciderlo. Ma non sapeva più la ragione per la quale aveva dovuto iniziare a fuggire. Non gli interessava più neppure ricordarla. Nei (sempre più) rari momenti di tregua, nei quali riusciva a lasciarsi indietro i cinquanta uomini, i cinquanta assassini, le cinquanta belve che il Cane Nero gli aveva sguinzagliato appresso, Bartho sintetizzava pensieri elementari, sulla regolarità del moto delle nuvole in cielo piuttosto che sulle carni sode dell’ostessa di Claterna.
Allungò una mano sul terreno e gli parve di sentire una vibrazione. Istantaneamente rivolse tutti i sensi a captare il pericolo, il nemico. A sentire arrivare la morte. Alzò gli occhi verso Koryx, interrogandolo mutamente. Il corsiero, scalciando nervoso, confermò: gli stavano di nuovo addosso. Bartho montò in sella e spronò vigorosamente. Non conosceva la foresta. La sola cosa certa era che loro erano dietro di lui. E allora doveva andare avanti, qualunque cosa ci fosse stata oltre la selva. Cercò di orientarsi con il rumore del fiume, ma senza successo. C’era solo da proseguire, senza domandarsi nulla. Bisognava solo andare avanti. E in fretta. La boscaglia andava diradandosi e il sole filtrava sempre più tra i rami. Koryx, sicuro, guidato dal suo istinto, avanzava ormai agilmente.
Il grande spiazzo si aprì inatteso davanti agli occhi di Bartho. Laggiù, finalmente, la salvezza. Tra la radura e la fuga risolutiva, quella che gli avrebbe dato di nuovo la libertà, c’era un salto di dieci metri. Lui e Koryx ce l’avrebbero potuta fare.
No. Lui e Koryx ce l’avrebbero fatta.
Senza un briciolo di esitazione, Bartho conficcò gli speroni nei fianchi del cavallo che nitrì e si lanciò come una folgore verso il vuoto. Bartho aveva i sensi tesi allo spasimo, tutto se stesso raccolto come una catapulta pronta a vibrare il colpo. Koryx era un cavallo formidabile, si staccò da terra esattamente sul limitare della roccia.

Si dice che, quando stiamo per morire, tutta la vita ci passi in pochi attimi dinanzi agli occhi.
Tutto ciò che Bartho pensò era che volare era davvero meraviglioso.

sabato, gennaio 05, 2008

In vino veritas

Stiamo, credo tutti a fatica, uscendo dal periodo delle feste comandate. Manca solo la Befana e poi potremo rimettere in cantina fino al prossimo otto dicembre l’albero di Natale (con tutte le palline), il presepe (con le statuine ogni anno sempre più sbreccate) e l’angoscia per pranzi, regali e parenti.
Giorni fa, agli inizi della kermesse natalizia, ero a comprare un po’ di vino all’enoteca in cui sono solito servirmi. Oltre alle tante etichette, il bravo Alessandro B. m’offre anche il suo piacere di far quattro chiacchiere, sul vino e non solo. Da un po’ di tempo compro quasi esclusivamente i vini cosiddetti “naturali”, ovvero prodotti secondo una metodologia che ha come priorità il rispetto del territorio. Essi sono frutto di coltivazioni non intensive (cioè a bassa resa per ettaro) e vengono ottenuti tramite tecniche di vinificazione tradizionali, senza l’uso di additivi. Il risultato è un vino inusuale, spesso spigoloso, dato che le sue caratteristiche più forti non sono in alcun modo smussate. Inoltre, proprio per l’assenza di stabilizzatori chimici, può anche esserci una grande variabilità nella qualità del vino, da bottiglia a bottiglia. Si tratta, riflettevamo con Alessandro, di vini difficilmente adatti al mercato di oggi. Il marketing pretende immediata riconoscibilità, alti margini di profitto, facilità di consumo, elevata standardizzazione. Vini tutti identici per consumatori tutti identici. La sola cosa che veramente conta è la quantità che si riesce a vendere, mentre la qualità è solo quella necessaria a fare la quantità.
È così ormai quasi per tutto. Lasciando da parte le considerazioni politiche (ad esempio se sia giusto o meno questo sistema economico, che premia quasi esclusivamente le proprietà), c’è un’altra questione, secondo me ormai ineludibile: questo capitalismo (iperconsumistico e globalizzato) e, soprattutto, il marketing – che del sistema è insieme guardia e cannone – producono infelicità prima ancora che ricchezza. Questa è una riflessione che non vogliamo fare e che ci pesa. Preferiamo assistere in TV (con sempre minore partecipazione) al racconto di tragedie familiari, che, pur se ormai frequentissime, continuiamo a dire imprevedibili e inspiegabili.
Al fondo di tutto, temo ci sia proprio l’ormai completamente avvenuta sovrapposizione di ciò che si è con ciò che si ha. Vogliamo soldi, potere, carriera per mostrare al mondo il nostro valore, nella speranza che gli altri, riconoscendolo in quelle cose, finalmente ci spieghino quanto davvero valiamo. Tutto è ormai genere di consumo, anche (e forse soprattutto) i rapporti personali. Alla radio, in questi giorni, si sente la réclame di una concessionaria di auto che, per invogliare i futuri clienti a comprare a rate una delle loro costosissime macchine, ha realizzato uno spot fatto più o meno così: una ragazza, con voce da Lolita in vena di capricci, fa: “Lo voglio, lo voglio, lo voglio, lo voglio… Subito!”. Il ragazzo, in un tono eccitato da adolescente devastato dall’acne masturbatoria, risponde pronto, speranzoso ed allusivo: “Lo vuoi? Eccomi”. A quel punto Lolita, immagino alzando distrattamente un sopracciglio, dice: “Ma chi? Tu? Io parlavo del…” e nomina un suv di ultima generazione, a cui daremo qui il nome fittizio di Baracca. Stacco musicale, poi uno speaker dà lettura del piano rateale che consentirebbe al giovane di possedere finalmente non la macchina, ma Lolita. Chiusura dello spot affidata a lui che, ammiccando a lei, a noi, a tutti, dice: “Nuova Baracca! E così magari….”.

- “Signori, è stato un onore suonare con voi stasera.”

venerdì, novembre 30, 2007

Apple pie, Charlie Brown?

C’era una volta un omino che vendeva fette di torta di mele. Non aveva particolari talenti. Non era un genio della matematica, quell’omino. Dalla sua bocca non uscivano parole dolci che facevano innamorare le ragazze. Però sapeva fare una torta di mele eccezionale. Si svegliava la mattina presto e, per prima cosa, cucinava la torta di mele. Poi, si vestiva, coprendosi bene, e si metteva all’angolo della via principale del paese a vendere i suoi dolci. Vendute tutte le fette, tornava a casa. E così si guadagnava da vivere.
Un giorno si disse: “Se invece di fare una sola torta ne facessi – che so – cinque, forse potrei anche comprarmi una coperta nuova. E magari pure una mucca. Però devo diventare più bravo. Oggi per fare una torta mi ci vogliono quattro ore. Devo riuscire a farne una ogni ora.”
E tanto si impegnò e migliorò che alla fine ci riuscì. Le sue torte erano talmente buone che sempre più persone venivano a comprarle. Ogni giorno c’erano clienti che arrivavano al suo banco quando le fette erano ormai finite e rimanevano delusi. L’omino non solo riuscì a comprarsi la coperta e la mucca, ma anche un maiale e una casa.
Allora l’omino si disse: “Ormai sono diventato bravissimo a fare le torte. Certo, se avessi qualcuno che al mattino mi prenda le uova fresche dal pollaio e qualcun altro che, mentre impasto, mi accenda il forno, potrei farne cinquecento, invece che cinque. Figuriamoci poi quante potrei farne, se solo avessi un secondo forno. Se poi cucinassi le torte la sera e le vendessi non soltanto di pomeriggio, ma anche di mattina, potrei guadagnare ancora molto di più”.
Fu così che l’omino usò tutti i suoi soldi per costruire un secondo forno e per pagare altre persone che preparassero i dolci insieme a lui. Ormai era in grado di cucinare un numero incredibile di torte, ogni giorno sempre più buone. Comprò anche un banco più grande per vendere le fette.
Si sentiva felice.
Un giorno, però, qualcosa cambiò. Era ormai quasi mezzogiorno e, stranamente, nessuno si era ancora fermato al suo banco. Anzi, tutte le persone che solitamente venivano a comprare le sue torte passavano di lì e andavano via. L’omino non sapeva cosa pensare. Finalmente vide arrivare verso il suo angolo uno che conosceva.

- “Buongiorno, signore. Vuole un po’ di torta di mele?”
- “No, la ringrazio.”
- “Ma guardi che oggi le faccio un prezzo speciale: solo tre monete.”
- “No, grazie. Ne ho già mangiate già tre fette oggi.”
- “Impossibile. Non l’ho vista, oggi. Oggi, a dir la verità, non è venuto nessuno. Non ho venduto neppure una fetta.”
- “Ho mangiato tre fette di torta alla festa. Si figuri, poi, che erano gratis e allora me ne han date anche altre due da portarmi a casa.”
- “Non sapevo che ci fosse una festa in paese e neppure che regalassero la torta di mele. E dov’è la festa?”
- “Giù in piazza, vede? Lì, dove ci sono i palloncini e la musica.”
- “Ah. E si può andare liberamente in piazza?”
- “Certo, liberamente. Entrare costa solo cento monete.”

venerdì, novembre 16, 2007

Con quella faccia un po' così...

Domani sera, più o meno alle undici, sapremo se il commissario tecnico della nostra nazionale di calcio è un grande stratega o un perfetto imbecille. Spartiacque è la partita contro la Scozia, compagine che si è insospettabilmente, ma con pieno merito, insediata tra le pretendenti alla qualificazione ad Euro 2008.
Noi italiani siamo maestri nel produrre luminose analisi chiarificatrici. Siamo soliti, però, esercitarci nella nobile arte dell’esegesi soltanto a risultato avvenuto. Posso essere certo, dunque, che dopodomani mattina i quotidiani sportivi e non saranno ben pieni di preziosi articoli che ci spiegheranno come e perché il nostro allenatore sarà stato o non sarà stato in grado di mettere i nostri in condizione di battere i pronipoti di William Wallace.
Io sento invece il desiderio di dire subito da che parte sto. Io reputo Donadoni un bravo cittì e spero che domani sera l’Italia ce la faccia.
Mi piace il suo essere sempre normale, anche noioso se si vuole. Mi piace la misura che cerca di tenere in ogni dichiarazione. Mi piace che sia più un uomo di campo che da salotto televisivo. Mi piace che ragioni come un atleta e non come un uomo di spettacolo. Mi piace che non abbia cercato pateticamente di essere diverso da quel che è, accettando di pagare il fio di un carattere che lo rende tutt’altro che benvoluto a quanti campano raccontando il calcio agli Italiani in una maniera sempre e comunque sopra le righe.
Mi piace che sia il simbolo della brevissima parentesi rivoluzionaria del calcio italiano, quando, dopo il temporale che spazzò via Carraro, Moggi e soci, una classe dirigente federale diede un segno di discontinuità forte, puntando su un vero outsider per la sostituzione del campione del mondo Lippi. A ben vedere, questo è il peccato originale che ancora il mondo del calcio non perdona a Donadoni: non la sconfitta con la Francia, non il pareggio con la Lituania, ma l’essere stato nominato da quelli che possono essere considerati i Mazzini, Saffi ed Armellini della FIGC, ovvero Rossi, Nicoletti ed Albertini. Poi, al pari di quello che guidò la Repubblica Romana, anche questo triumvirato ebbe vita breve. I sempiterni Abete e Matarrese hanno preso di nuovo il comando dell’azienda-calcio e questo Donadoni deve sembrar loro una specie di monumento alla memoria dello scandalo di Calciopoli. Una roba da rimuoversi al più presto, tale e quale a una statua di Stalin a Mosca durante la Perestrojka.
Inoltre, sul piano tecnico, a prescindere da come andrà la questione della qualificazione (per la quale sono comunque ottimista), ritengo che Donadoni sia stato pienamente all’altezza del compito. Ha gestito, secondo me, in maniera impeccabile la vicenda dell’addio di Totti alla maglia azzurra. Lo ha fatto da vero uomo di calcio che difende l’onore dei suoi ragazzi. Probabilmente Totti è il giocatore più forte del mondo. Se non è il più forte, è uno dei cinque più forti. E sicuramente, nonostante le sue precarie condizioni fisiche, egli è stato fondamentale per la vittoria in Germania. Ebbene, in uno sport di squadra, non è accettabile che un giocatore, neppure uno forte come Totti, possa dire ai suoi compagni: voi fate le qualificazioni, che io torno alla fase finale. Il cuore dello scontro con Totti è stato questo. Il capitano giallorosso, il cui attaccamento alla maglia azzurra è peraltro fuori discussione dopo il prodigioso recupero fatto per il mondiale, ha provato ad imporre al ct questa condizione per il proprio impiego in nazionale. Nonostante la scelta lo rendesse ancora più impopolare e che in quel momento una polemica con il giocatore più rappresentativo d’Italia non rafforzasse affatto la sua posizione, Donadoni ha avuto la forza di tenere il punto, non accettando questo compromesso, che se da un lato gli avrebbe garantito la presenza di Totti in qualche eccezionale occasione, dall’altro gli sarebbe valso il sincero e giustificato disprezzo del resto dello spogliatoio. La bontà della scelta di Donadoni deve essere apparsa chiara anche a Nesta, il quale, dopo un iniziale atteggiamento tentennante, simile a quello tenuto per oltre un anno dal dieci giallorosso, ha poi dato notizia del suo addio definitivo alla maglia azzurra. Io credo che, dopo aver affrontato questi due casi, il rispetto dello spogliatoio azzurro verso Donadoni sia sensibilmente aumentato. Del resto, davvero l’allenatore della nazionale ha sempre tirato dritto per la sua strada, senza farsi condizionare più di tanto né dai titoli dei giornali, né dal prestigio degli illustri esclusi. Basti pensare al Del Piero che prima della doppia sfida con Francia ed Ucraina reclamava tramite stampa un posto fisso da punta per entrambe le gare. Risultato: 80’ da esterno sinistro di centrocampo contro la Francia e tribuna contro gli Ucraini. Di lì in poi, neppure la convocazione. D’altronde, sotto la guida di Donadoni, questa sta diventando la nazionale degli Iaquinta, dei Di Natale, degli Aquilani, dei Quagliarella, dei Chiellini, che può tranquillamente fare (e di fatto fa) a meno di alcuni senatori campioni del mondo. Nonostante una panchina traballante sin dall’inizio, il ritiro dal club azzurro dei due calciatori italiani migliori (Totti e Nesta) e gli infortuni di alcuni uomini cardine (Materazzi, Toni, Camoranesi per dire solo dei più importanti), la nostra nazionale ha fatto 23 punti in 10 gare (7V 2N 1P). È questo un ruolino di marcia che in un qualsiasi altro girone sarebbe stato più che sufficiente per una tranquilla qualificazione. Nello sport, però, c’è anche la bravura degli avversari - in questo caso gli scozzesi - e dunque siamo ancora qui a dover fare l’ultimo passettino.
E allora, stavolta, dopo ben quattordici anni di autocensura, dico: forza Italia. E forza Donadoni.

sabato, novembre 03, 2007

Italia fai-da-te

L’aggressione ai tre romeni di Tor Bella Monaca è stata opera di neofascisti. Loro, ovviamente, è la responsabilità materiale dell’azione. Ritengo, invece, che Walter Veltroni ne abbia la responsabilità politica. Se il sindaco di una città come Roma, che ha sempre accolto tutti, protestando formalmente con il governo di Bucarest, dice “Ora basta, i romeni hanno colmato la misura”, se anche quella cosa tumefatta e purulenta che dovrebbe essere (e non è) la sinistra di questo paese cede alla tentazione del consenso facile, assecondando gli istinti più bassi e le paure di una società che è sempre più difficile chiamare civile, azioni squadriste come quella di ieri sono la sola cosa che ci si può aspettare.
Oggi, dopo l’aggressione, il problema dell’immigrazione è rimasto esattamente tale e quale. La politica, però, spaventata da quel che ha combinato, fa prontamente marcia indietro. “No all’odio” scandisce stentoreamente il primo cittadino di Roma (e prontamente i giornali amici riverberano il nuovo Vangelo), a cui risponde una ferma dissociazione dall’azione criminosa e dai suoi autori da parte dei nostri post-fascisti, da poco faticosamente accolti nel club delle destre moderne ed europee. Oggi sono tutti ansiosi di operare quei sottili distinguo tra romeni mascalzoni e romeni onesti, tra immigrati regolari ed irregolari, che fino a ieri, secondo tutti, erano invece l’emblema di uno smidollato lassismo che sta consegnando questo paese ai barbari.
Io spero che tutti noi, nonostante l’illusionismo sociologico con cui la nostra tv ci seda, raccontandoci una realtà che non esiste, ci si renda conto dell’incredibile arretramento della nostra società che un fatto come quello accaduto ieri testimonia. Stavolta è toccato ai romeni, domani toccherà agli omosessuali, dopodomani ai laziali, chi lo sa. Stiamo accettando che qualunque minoranza, qualunque realtà che venga identificata come una minaccia, verso cui la risposta dello Stato sia giudicata (o anche sia effettivamente) insufficiente, possa essere oggetto di giustizia sommaria, individuale, assoluta.
Questo è l’ovvio risultato di una politica esclusivamente di piccolo cabotaggio, imperniata sull’ottenimento del consenso a tre giorni e trasformata in una permanente campagna elettorale continuamente in onda sui media.
Il PD serve solo a questo: a vincere questo tipo di competizione politica. Con buona pace dei romeni e di tutti gli altri “incidenti di percorso”, tra i quali l’aspirazione a una società più equa e libera.

lunedì, ottobre 15, 2007

EU-27

Aeroporto Baneasa di Bucarest. Lui avrà avuto vent’anni, lei sedici. Erano di fronte al gabbiotto del controllo passaporti. Io, lì, ero una nota stonata, vestito da consulente in trasferta. Lui la stringeva e la guardava negli occhi, i suoi palmi esasperatamente distesi, perché lei sentisse di essere contenuta tutta dal suo abbraccio (comunque incapace di impedire le lacrime di lei). Un addio, chiaramente. Una voce svelta, secca chiama il volo per Napoli e lui si incammina, come guidato da una forza inesorabile, verso il suo viaggio. Lei resta a guardare le sue spalle, con le braccia talmente conserte da abbracciarsi, di fatto, da sola, attendendo che lui si volti ancora una volta, in una teoria di ennesimi ultimi sguardi carichi di mestizia. Poi, il ragazzo consegna il passaporto al poliziotto e da lì in poi saranno solo ricordi. Lei resta sui suoi piedi per un po’, come se aspettasse di vederlo tornare indietro. Poi si arrende, gira i tacchi e va via, i lucciconi asciugati con la manica della giacca a vento. Lei a Bucarest e lui verso un futuro (?) da probabile prossimo caduto del lavoro nero in un cantiere campano della civilissima Italia.
Chiamano anche il mio volo. È pieno. Nelle prime file ci sono quattro bambini piccoli che piangono, forse per la paura dell’aereo. Due di loro sono accompagnati da quelle che sembrano le rispettive famiglie. Gli altri due bambini sono di colore, accompagnati da due giovani donne rumene, una delle quali certamente di etnia rom. Non posso fare a meno di fare pensieri forse razzisti o comunque esclusivamente fondati sul pregiudizio. Durante il volo i bambini si placano. Con uno di loro – bellissimo – iniziamo a giocare a distanza, nascondendoci reciprocamente agli sguardi dell’altro.
In fondo all’aereo ci sono due ragazze rumene, che nella sala d’attesa sedevano accanto a me. Non sono belle, ma vistose: una, piena di capelli ricci e rossi, aveva la sua foto in topless sullo schermo gigante di un telefonino dal quale sparava sms a velocità fotonica; l’altra, più minuta, orgogliosamente sfoggiando una scollatura generosa, calzava degli zatteroni di almeno 15 cm di tacco, interamente rivestiti di stoffa con disegno militare mimetico. Le accompagnava un italiano sulla sessantina, che al momento del controllo dei passaporti ha sussurrato qualcosa a un ufficiale rumeno, sulle prime perplesso. Si vede che l'italiano aveva padronanza della lingua. Insomma, tutti a bordo.
Aeroporto di Roma Fiumicino. Il bus che porta dall’aereo all’aerostazione ci ha lasciati di fronte ad un ingresso secondario del terminal, dove siamo stati, stranamente, di nuovo costretti alle procedure di sicurezza: metal detector, controllo liquidi, nastro per il controllo del bagaglio a mano. Poi, ancora una volta il controllo dei passaporti. Mi hanno spiegato che si tratta di una procedura standard per tutti i voli provenienti dalla Romania.
Ma non eravamo tutti nell’UE?
Come che sia, tutti i cittadini rumeni al loro primo ingresso nel Belpaese sono stati gentilmente (ma decisamente) invitati a lasciare le proprie impronte digitali nell’adiacente ufficio di polizia aeroportuale. Le porte erano aperte e tutti noi potevamo vedere quanto stesse accadendo. Ebbene, con mia ingenua sorpresa, sono state poste in stato di fermo non le due ragazze che accompagnavano i bimbi di colore, ma le due allegre famigliole. Vedi i pregiudizi talvolta come sono fuorvianti…
Intanto, quando le due ragazze rumene si sono accostate al gabbiotto del controllo passaporti, di nuovo l’italiano accompagnatore si è avvicinato loro. Il nostro fido guardiano di frontiera, inizialmente molto accigliato, ha concluso il proprio scrupoloso esame, chiedendo alle due se avessero già un’idea su come passare la serata. Tutti sorridevano molto.

Mi sono dato il bentornato a casa.

lunedì, settembre 24, 2007

La Signora è nuda

Povera Signora. Leggo oggi grandemente celebrato il pareggino che la Juventus ha strappato ieri all’Olimpico. C’era, comprensibilmente, grande attesa per vedere la ex-nobile dell’italica pedata in una sfida di vertice. E, passato l’impegno indenni, i bianconeri, pur con diversi accenti, sono oggi accreditati sui quotidiani delle caratteristiche di squadra in grado di lottare per titolo.
Io credo che ieri la partita abbia invece impietosamente dimostrato che la Juventus è destinata ancora a parecchi anni di Purgatorio. Quand'anche i bianconeri avessero vinto (chissà come sarebbe andata se avessero segnato il rigore) al cospetto di una Roma meravigliosa e sempre più cicala, la sensazione che ne avrei tratta sarebbe stata la medesima: il campionato non è una competizione in cui si possa pensare di eccellere, affidandosi al portiere più forte del mondo e capitalizzando al massimo il pochissimo che si sa creare.
Sarei sorpreso se questa squadra riuscisse a qualificarsi tra le prime quattro: Fiorentina, Palermo e Lazio (nonostante il doppio impegno) –secondo me – finiranno per arrivarle davanti. Il perché è presto detto: il mercato di quest’anno non è stato molto felice. Con l’eccezione di Iaquinta, i nuovi acquisti, se giocano, non convincono. Più frequentemente siedono in panchina. Tralasciando Buffon (per il quale è bene fare un discorso a sé: è il migliore del mondo e basta), i migliori giocatori juventini sono quelli della vecchia guardia, i quali, però, stanno inevitabilmente appassendo. Nedved, alla trentacinquesima primavera, ormai non può avere più il tremendismo agonistico che lo ha reso unico tra i giocatori dotati di tecnica, mentre Del Piero è da anni ormai alla ricerca di se stesso e il suo continuo affermare il proprio status di (ormai ex) prodigioso campione non fa che renderlo più tenero che antipatico. Restano Camoranesi e Trezeguet. Il primo è infortunato. Il secondo si conferma uno straordinario cecchino, ma è un giocatore che, per far male, ha bisogno di una squadra che produca per lui occasioni da rete. Ma, oggi, esiste dietro il franco-argentino, questa squadra? E, soprattutto, sarà migliore quella dell'anno che verrà? Non penso e dunque credo che l’estate prossima sarà ancora più difficile trattenere lui, Buffon e Camoranesi (le ultime prede da razziare della fortissima Juventus che fu).
Per ricostruire una squadra all’altezza ci vorrebbero i denari che non ci sono. E molti dei pochi soldi a disposizione se ne andranno per prolungare il contratto a un giocatore bandiera, che, a mio modesto avviso, è pronto per la carriera dirigenziale. L’orizzonte della Juve è ripartire dai Chiellini, dai Palladino, dai Nocerino: giovani, italiani, desiderosi di affermarsi, bisognosi di crescere sotto una guida esperta e capace. Ci sono molti giocatori del vivaio bianconero che sono oggi in provincia a farsi le ossa. Far rientrare alcuni di questi (Giovinco, Marchisio) e dar loro piena fiducia dovrebbe essere la scommessa del prossimo mercato. Praticamente, è il progetto della Fiorentina (Pazzini, Montolivo, Donadel, Pasqual, Semioli, Kuzmanovic, Gamberini), che però ha iniziato tre anni prima e conta su un patron più munifico e disposto ad investire.
Bisognerebbe la Juve si desse cinque anni per tornare al livello delle migliori (non ci sono scorciatoie), grazie alla maturazione degli ottimi giovani che ha. Per trattenerli e completare la rosa con qualche innesto di qualità, l’unica razionale soluzione, con buona pace della tifoseria, sarebbe rinunciare ad ospitare il lento, inesorabile declino dei costosissimi senatori: Trezeguet al Lione, Nedved in Arabia e Del Piero (con l’uccellino al seguito) a far coppia con il fonato Beckham negli USA. Così, tanto per dare qualche suggerimento sul mercato in uscita.
Si può comprendere che per i tifosi bianconeri abituarsi a questa nuova realtà possa essere difficile. Però, fossi in loro, mi accontenterei andasse così. L’alternativa, infatti, sarebbe vendere i promettenti gioiellini per trattenere ancora i vecchi (ma ormai demotivati) campioni. Già l’estate scorsa non so quanti – ma erano tanti – milioni dall'Inghilterra sono stati rifiutati per Chiellini. Sarà capace la dirigenza juventina di non cedere a nuove tentazioni? Se così non fosse, allora, altro che lottare per entrare nei primi quattro posti. Già la Uefa – credo – finirebbe per essere un miraggio.

giovedì, settembre 06, 2007

Shock rosa

Sono un nostalgico. Anzi, per dire meglio (che se no la cosa suona un po’ patetica), ricordo con piacere i momenti belli. Insomma, ho un bel rapporto con quel che ho vissuto. Il tempo è un velo di zucchero che addolcisce anche le cose meno belle.
Quando giocavamo a pallone, io ed i miei compagni di scuola ci schieravamo con un’improbabilissima divisa rosa maiale. Era il nostro segno distintivo, quasi uno sberleffo nei confronti degli avversari, che, nei nostri intenti, oltre al dolore della sconfitta avrebbero dovuto patire anche l’umiliazione di venire battuti da una squadra vestita in quella maniera terribile.
Ieri, a più di quindici anni dall’ultima partita, siamo scesi di nuovo in campo. Stesso modulo, stessi interpreti. Di necessità, stessa divisa. Sorge il problema di recuperarla. Chissà dov’è. Dunque, vediamo: a casa mia non l’ho portata, quindi dev’essere per forza a casa dei miei.

- "Ciao mamma, indovina un po’? Stasera gioco a pallone coi miei vecchi compagni di scuola. Mi serve la divisa rosa, quella che stava nel terzo cassetto a destra nell’armadio. Me la tiri fuori che passo a prenderla?”
Silenzio imbarazzato
- "Uhm... sì... ti richiamo."

Non mi richiama. Dopo un po’ la richiamo io:

- "L'hai trovata?"
Silenzio
- "L'hai cercata, almeno?"
- "Uhm... sì... il fatto è che quando sei andato via, no, sai com’è... poi i nonni, abbiamo svuotato casa loro, c’era tutto quel macello e insomma, ecco.... avevo fatto delle scatole con le robe tue per fare posto. Però ce l’avevo scritto sopra la scatola 'Divise da calcetto'."
- "Ah. E che c’è adesso nei miei cassetti?"
- "Niente. Non c’è niente adesso. Sai com’è, no? Uno poi non ha mai il tempo di sistemare tutto."
- "Ah. E vabbé. Ma dove sta la scatola?"
- "E non lo so, non la trovo."
- "Ma lo sai dov’è?"
- "Sì, cioè... dovrebbe stare... adesso ci guardo, ma insomma... io l’avevo messa sopra il soppalco, poi non lo so che fine ha fatto."
- "Come che fine ha fatto? Che cammina da sola?"
Silenzio, neanche imbarazzato
- "Vabbè, ciao mamma."

Correva l’anno millenovecentoottantacinque quando, in occasione del trasloco da casa vecchia a quella nuova, mia mamma e mia nonna impacchettarono tutta la mia roba.
Tra le altre cose, possedevo quasi 700 numeri di Topolino. Il più vecchio era del 1956. Prima abitavamo sopra Maraldi, la libreria. Li avevo collezionati per cinque anni, dai 7 ai 12.
Li cercai per mesi nella cantina della nuova casa. Senza successo. Ogni tanto, tornavo a chiedere a mia mamma dove fossero. Regolarmente, mi rispondeva: "E saranno in cantina". Ed io di nuovo scendevo a cercarli.
Tre anni dopo confessarono di averli buttati. Avevo già 15 anni. Piansi. Di rabbia.

Si vede che anche mia mamma ha un ottimo rapporto con il proprio passato.

lunedì, agosto 06, 2007

"L'Io non va mai in vacanza." "Ma Lio chi?"

Rivendicando fieramente il personale diritto all’incoerenza, ho aderito alla raccolta di firme per la presentazione di una candidatura indipendente alla leadership del Partito Democratico. L’ho fatto contro i miei convincimenti sul tema, ma l’ho fatto. La ragione è l’amicizia: ho firmato perché potesse candidarsi il compagno di una mia amica. Naturalmente, prima di rilasciare il prezioso autografo, ho comunque sgravato la mia coscienza, facendo mettere a verbale le mie profonde riserve.
Oggi, durante la consueta sosta in autogrill per il caffè e il giornale, leggo su “la Repubblica” un’intervista ad Enrico Letta, in cui il principale antagonista del vincitore designato, Walter Veltroni, lamenta che le procedure regolamentari delle primarie sono a suo dire disegnate per favorire le candidature di chi ha strutture forti alle spalle.
È verissimo e la cosa era tanto chiara sin dall’inizio della competizione, che questa che oggi solleva Letta era una delle questioni dalle quali traevo il mio giudizio del tutto negativo sul complesso dell’operazione PD. La partecipazione della società civile, di cui è senz’altro una sana evidenza la voglia di candidarsi di persone (come il compagno della mia amica) che fino ad oggi non hanno mai voluto impegnarsi in politica a tempo pieno, ha come unico vero effetto quello di dare ad un’operazione che è totalmente verticistica il crisma della democraticità.
Immediatamente, allora, ho mandato un sms alla mia amica per segnalarle l’intervista (e dirle in metatesto “Vedi che avevo ragione?”).
Riparto in macchina, consolato ed anche un po’ soddisfatto nel vedere la mia personale convinzione pubblicamente denunciata sul giornale.
Poi, siccome in the back of my mind (come dicono gli inglesi) c’era il sospetto che ci fosse ben poco di cui essere contenti, ho preso a riconsiderare con attenzione le mie reazioni: cos’era che mi faceva essere tanto soddisfatto? Che tutti leggessero oggi sul giornale il mio pensiero di qualche giorno fa. Una ragione del tutto egoistica. E cosa mi ha portato a sostenere una candidatura alla leadership di un partito di cui non condivido nulla? Prima risposta: “L’amicizia”. Ma poi, implacabilmente: “Sì, ma l’amicizia cos’è? Vera tensione verso l’altro o solo una maniera di sentirsi migliori perché capaci di essere altruisti?”. Quanto c’è dell’una cosa e quanto dell’altra? Quando raccolgo gli spiccioli caduti alla signora che mi precede alla cassa del supermercato, lo faccio perché la mia natura è di curarmi del prossimo o perché mi piace potermi dire che ho la natura di una persona altruista?
Giorgio Gaber diceva in un suo pezzo meraviglioso: “Se, per caso, mi capitasse di fare del bene a qualcuno, mi sentirei più pulito se potessi dire: non l'ho fatto apposta.”
È un problema irresolubile, credo. È impossibile dire anche se si tratti di un problema di misura (se conti più l’una o l’altra componente). E pur ammettendo - per assurdo - di riuscire a capire perfettamente cosa sia il nostro altruismo, sarebbe impossibile anche dire se la risposta avrebbe un senso (grazie al caro Ludwig W. da Vienna).
Dovremmo arrenderci all’impossibilità di dire che una persona è migliore di un’altra, basandoci su come questa si relaziona a ciò che è altro da sé. Anche se resta il fatto che ho raccolto le monete della signora, è impossibile dire se ad animarmi sia stato l’amore verso me o verso ciò che è altro da me.
Siamo, dunque, condannati dal relativismo della conoscenza ad un relativismo della morale.
Mi conforta, a questo punto, ricordare che, all’indomani dell’ascesa al soglio di Pietro di quel teologo da combattimento, fustigatore del Secolo, che è Papa Benedetto XVI, preparai uno striscione di 12 x 2 = 24 fogli A4 da appendersi sopra l’ingresso della porta di casa mia. Vi avevo scritto: “Ebbene sì, Ratzinger, sono un fottuto relativista”.

Poi, però, ricordo anche di non averlo più attaccato, perché non ero davvero sicuro che fosse proprio così.

martedì, luglio 17, 2007

"Soltanto un po' di felicità..."

Per me, devo dire, leggere il giornale è attività di gran gusto. Due giorni fa, poi, mi trovavo in una situazione talmente perfetta che l’ozioso piacere di informarmi è diventato vero e proprio godimento. Ero all’ombra di un albero di noce bello grande, il gran caldo tenuto a bada da un venticello fresco di collina e gli occhi benedetti da una vista spettacolare sul lago di Bolsena. Quando si parla dei mitologici “piccoli piaceri della vita”, si parla di una roba così.
Se fossi stato prudente, mi sarei limitato a gettare un occhio a qualcosa che non potesse turbare la magia di quell’istante: la vignetta di prima pagina piuttosto che la cronaca della tappa del Tour o le ultime di calciomercato nello sport.
Invece, siccome sono umano tanto quanto lo sono stati Adamo ed Eva, non ho resistito ad assaggiare la succosa mela di un pezzo di Ilvo Diamanti a commento di un sondaggio demoscopico, il cui principale risultato è il seguente: l’ottantaquattro per cento degli Italiani (media generale, che ricomprende persone di ogni professione, grado di istruzione, reddito e convinzione politica) auspica l’avvento di un uomo forte. Novantaquattro per cento tra gli elettori di destra. Ho fatto finta di non aver letto, ma già non era più la stessa cosa.
Ieri, poi, come spesso faccio mentre torno a casa, ascoltavo la radio in macchina. In un programma contenitore che seguo con piacere, hanno trasmesso un’intervista all’uomo (il cui nome non ricordo) che ha curato la trionfale campagna elettorale di Nicholas Sarkozy. Diceva questo signore, che nel suo campo è sicuramente uno capace, che “…in fondo, gli elettori chiedono alla politica soltanto un po’ di felicità […]”. Il tono era quello di chi commisera la pochezza delle ambizioni della povera gente comune. Per parola del suo migliore consulente, Sarkozy ha dunque stravinto perché ha promesso “un po’ di felicità”. Nella fattispecie, essa ha assunto i contorni della detassazione degli straordinari, che favorisce la meritocrazia.
Come non esserne felici, in effetti.
Io sono appena stato in Portogallo e Spagna in vacanza ed oggi, facendo quattro chiacchiere con un collega, gli ho raccontato un po’ delle mie ferie. Alla fine, siamo arrivati alle dolenti note di quanto costoso sia diventato viaggiare, di quante siano le persone che oggi non possano permettersi di andare in vacanza (specialmente se si tratta di famiglie numerose). È impossibile non accorgersi di quanto differente sia questa situazione da quella che vivevamo fino a una ventina d’anni fa, quando allegre famiglie monoreddito villeggiavano un mese intero. La mia famiglia ha una casa vicino al Circeo, dove ho passato tutte intere le prime venti estati della mia vita. Io, all'epoca, avevo gli amichetti di luglio e quelli di agosto. Oggi, si dice che non siano poche le persone che, per la vergogna di non potersi permettere le vacanze, dicono di partire per le ferie e poi invece passano i giorni in casa, di nascosto da amici e conoscenti.
Serve oggi il lavoro di due persone per consentire ad una famiglia la vita che venti anni fa era possibile con un solo stipendio. È sacrosanto che le donne abbiano conquistato definitivamente il diritto alla propria realizzazione anche per il tramite del loro contributo lavorativo alla nostra società. Resta però che, a fronte di una vita che ci permette cose non diverse per importanza a quelle che le famiglie si concedevano venti anni fa, oggi lavorano molte più persone. Pure allora si pagava un mutuo salato e si andava ogni tanto al ristorante; forse allora si viaggiava meno all'estero, ma oggi nessuno – per mancanza di tempo, prima ancora che di soldi – fa più un mese filato di villeggiatura; i beni voluttuari di ieri erano le prime autoradio con il frontalino ed il videoregistratore, quelli di oggi sono magari la PS3 e il televisore al plasma. Nella sostanza, per avere oggi quel che avevamo prima, lavoriamo circa una volta e mezzo in più.
E noi dovremmo piatire “un po’ di felicità”, chiedendola all’uomo forte?

La felicità tocca sapersela dare da soli. Come il coraggio.

mercoledì, giugno 20, 2007

Accidenti, se hai sbagliato

Ci vuole tempo perché la polvere si depositi e quello che al momento della deflagrazione sembrava appena intuirsi si mostri in tutta la sua incontestabile evidenza: in Italia non c’è più una sinistra.
Non è un problema di posizioni politiche, di avvicinamento al centro, di piattaforme ideologiche. Magari lo fosse. Non c’è più la sinistra, intesa come forza che crede nella democrazia, che sia per l’uguaglianza delle opportunità, che desidera una società la più aperta possibile, che dà valore alla partecipazione. Non c’è più una sinistra di massa. C’è ancora, anche se si va via via assottigliando, una massa di sinistra, il che è francamente tutta un’altra cosa.
“Io non ho sbagliato”. È tutto quello che Massimo D’Alema ha saputo dire, in relazione a quello che le intercettazioni telefoniche hanno mostrato. In quelle frasi non c’è nulla di penalmente rilevante e lo stesso dicasi dell’ormai celeberrima “Allora, abbiamo una banca?” di Piero Fassino.
Resta che quelle parole sono politicamente criminali. Il fatto che vi sia il rifiuto totale di discutere del senso politico dell’intera “operazione di sistema” Antonveneta-BNL è esso stesso un impietoso atto di autoaccusa. Da giorni stiamo discutendo di tutela della privacy, di come evitare che siano pubblicate le intercettazioni telefoniche. Il problema sicuramente esiste, ma, a fronte di quel che è emerso (e sulla veridicità dei fatti non c’è alcuna discussione), una classe politica che si occupi di come limitare la pubblicazione delle intercettazioni assomiglia terribilmente alla Maria Antonietta della brioches. Inoltre, non può non stonare che, oggi che è la politica a vedere sui giornali le proprie frasi irripetibili, il tema abbia assunto una centralità assoluta nel dibattito. (Chissà perché il Parlamento non ha sentito il bisogno di agire quando a finire pubblicate sono state le chiacchiere del mascalzone Moggi?)
Una Sinistra (quella che quando è con la maiuscola è legalitaria, democratica, rispettosa delle Istituzioni e della Costituzione) non avrebbe mai accettato questo (e infatti gli elettori non lo accettano). Una Sinistra avrebbe processato la propria classe dirigente, non per aver tentato un accordo con l’avversario (vi sono nella storia d’Italia esempi fulgidi di accordi altissimi tra politici di parte avversa), ma per la spregiudicatezza e la spudoratezza con cui essa ha rotto gli indugi e gettato la maschera: il popolo di sinistra smetta pure di credere che stare con questa sinistra vuol dire votare per un sistema di valori che si crede diverso e migliore. L’affaire Antonveneta-Unipol dimostra che anche la classe dirigente di questa sinistra adotta uno schema di riferimento che prevede un sistema dell’informazione che risponde alla destra ed uno che risponde alla sinistra, un sistema industriale di destra (la piccola impresa che vuole meno tasse) ed uno di sinistra (la media-grande industria, che vuole gli aiuti di stato), un polo finanziario di destra ed uno di sinistra. È questa la questione politica a cui D’Alema e tutti gli altri non vogliono rispondere, su cui non vogliono essere inchiodati.
Ritengo che sarebbe giusto, d’ora in poi, parlare di Blu e Rossi (o Montecchi e Capuleti, Scapoli e Ammogliati), tanto per rispettare il significato storico delle parole Destra e Sinistra.
D’Alema è il più bravo di tutti e per questo è doveroso prendersela con lui. Non è il solo responsabile di questa deriva, ma ne è sicuramente l’emblema, il campione. Ieri sera gli ho sentito dire che il problema della governabilità del Paese è il fatto che abbiamo un Parlamento che, invece di limitarsi a ratificare ogni sei mesi i provvedimenti del Governo, si permette il lusso di questionare e rallentare i lavori dell’esecutivo. Sono parole che, dette da Berlusconi, avrebbero fatto gridare (giustamente) al tentato golpe.
La cosiddetta “operazione di sistema” serviva a razionalizzare (e a cristallizzare) lo scenario: il sistema deve essere irrimediabilmente bipolare e la scelta a cui noi cittadini dobbiamo essere chiamati non è fra destra e sinistra (nessuna delle due parti elabora più un’idea di società, dunque è impossibile parlare di differenze), ma tra due establishment economico-finanziari contrapposti. Ciò è esattamente quel che avviene negli USA, dove chi vota per questi Repubblicani (non per i Repubblicani tout-court), di fatto assegna priorità massima alla difesa degli interessi della lobby economico-finanziaria che sostiene questa amministrazione, quella dei produttori di petrolio. Chi votasse domani per Obama (o avesse votato ieri per Al Gore) sosterrebbe non le energie rinnovabili, ma il sistema economico-finanziario che si fonda sul business delle energie rinnovabili.
Allora la vera “operazione di sistema” (uno dei cui pilastri è la nascita del Pd, che infatti è molto ben vista da Berlusconi), di cui Antonveneta-Unipol è solo un pezzetto, è trasformarci definitivamente in un Paese in cui il corpo elettorale serve solo a dare il crisma formale della democrazia all’impero quinquennale di questo o quell’establishment. Il Parlamento, al pari dei movimenti, dell’opinione pubblica, della magistratura è, apertis verbis, diventato per la ristretta oligarchia (bipartisan, questa sì) di coloro che possono aspirare alla guida del Paese un vincolo, la cui capacità di impatto deve essere il più possibile minimizzata.
La sola voce fuori dal coro, va detto, è quella di Antonio Di Pietro, al quale ritengo giusto esprimere apprezzamento e gratitudine.
Non so cosa noi, da fuori il palazzo, si possa fare. Una cosa ce l’ho chiara però: è utile raccogliere le firme e votare a favore del referendum sulla legge elettorale. Una vittoria dei Sì configurerebbe una situazione in cui sarebbe più difficile che a tutti i partiti convenga di cristallizzare il sistema in questo finto bipolarismo. L’entropia del sistema politico aumenterebbe per la paura dei piccoli partiti di sparire.
Possiamo sperare che le divisioni tra i partiti facciano fallire il progetto di esautorare definitivamente i cittadini.
Dobbiamo - per come ci è possibile - fare resistenza.

venerdì, giugno 08, 2007

Regional development

Arrivo tardi in hotel a Bratislava (un malinconico parallelepipedo squadrato, reso ancora più triste dall'ingenuo tentativo di ravvivarlo, pitturandone l'esterno a tinte forti) e vado a cena.
Il gentile cameriere, uscito da un film di Von Trier, in un inglese stentato e gutturale, articola “meniju, pljiis”.
Scorro un unico foglio A4, gelosamente preservato da uno di quei trasparenti proteggidocumenti da ufficio, sul quale posso leggere:

Appetizzers
Tomato and Cheese soup

Poultry
Beef fillet with steamed vegetables buttered
Pork tenderloin with steamed vegetables buttered
Chicken breast roasted with potatoes

Side dishes
Salad
French fries

I desserts - non che ci tenessi particolarmente, in realtà - non risultano pervenuti.
Il cameriere mi guarda diligente, tenendo la bic premuta sul taccuino, come se fosse pronto alla finale olimpica di scrittura rapida.
Io allora faccio: “The soup and the beef fillet, with french fries”.
Lui non capisce french fries ed io allora ripeto, scandendo meglio le sillabe.
Il cameriere continua a non capire. Poi, improvvisamente (ma senza che baleni alcun lampo di vita nei suoi occhi), dice: “Ah, pommes frites”.
Prende nota scrupolosamente del mio ordine sul bloc-notes delle comande. Io mi accingo a riaprire il libro che ho con me (ne ho sempre uno quando mi tocca mangiare solo al ristorante).
Quel che è strano è che il cameriere non si muove. Resta lì a guardarmi e poi fa: “Excuse me, but we have only turkey”.
Un po’ smarrito, guardo con intenzione il menu, come a dirgli “E allora perché ci siamo fin qui esercitati?”.
Lui non si scompone e ripete “Only turkey”.
Ed io: “Well, turkey, then. Thank you very much”.
Aveva trent’anni, non di più. Così come il cuoco, la receptionist e il direttore dell'albergo. Saranno così almeno per un paio di generazioni ancora.

martedì, maggio 15, 2007

Per non essere sempre in ritardo

Ho deciso di fare il bravo bambino. Allora, per una volta, darò ascolto a uno dei cardini del malmostoso buonsenso con il quale i genitori - tutti i genitori - inquinano la gioiosa spensieratezza dell’adolescenza e farò oggi qualcosa che sicuramente ci sarebbe il tempo di fare in un altro momento (che spero arrivi il più in là possibile): ringraziare Enzo Jannacci.
Non ne parlo oggi perché sta per morire (almeno spero di no, anzi gli auguro di continuare a spiegarci come funzionano i nostri cuori e la nostra testa ancora per lunghissimo tempo). Ma non mi piacerebbe accadesse di nuovo quanto è successo con il povero Gaber, a cui abbiamo riconosciuto la capacità di toccare le nostre corde più intime, soltanto dopo aver perso per sempre la possibilità di godere della sua intelligenza e della sua sensibilità. Allora, sin da ora (che è gratis), grazie, Enzo.
Jannacci non saprà mai che oggi ho sentito il bisogno di ringraziarlo per tempo (e se pure lo scoprisse, se ne fregherebbe). Poco male, non è per questo che lo faccio. Mi serve a ricordare quale straordinaria forma di generosità e di amore verso il prossimo sa essere l’arte.
Sono diversi Gaber e Jannacci, addirittura opposti. Tanto lucido e razionale il pensiero del primo, quanto surreale e accidentato quello del secondo. Si potrebbe dire che Gaber sta a Jannacci, come la prosa sta alla poesia. Entrambi, però, si sono cimentati con l’ineffabile, cioè con tutti quegli sfuggevoli frammenti della vita, della cui bellezza essi compongono il segreto indicibile.
Hanno fatto anche coppia per un breve periodo, quello dei Ga•Ja Brothers (memorabile Una fetta di limone), ma non è per questo che li ritengo due facce della stessa medaglia.
Entrambi mi commuovono per la loro tenace convinzione che l’amore (inteso cristianamente – sì, proprio così, cristianamente – come capacità di vedere se stessi in ciò che è altro da sé), per esistere, ha bisogno di poter essere detto. Allora la poetica di entrambi è stata la ricerca delle parole giuste per dire dell'amore, l’uno guardando dentro alla vita di noi tutti con un microscopio sempre più potente, l’altro con schizzi di colore sempre più vivo sulla tela del conoscibile.
È in nome di questo sforzo, davvero sovrumano, che vedo la rispondenza che, ad esempio, lega il rigore di Gaber che, in Mi fa male il mondo, si arrende solo dopo venti minuti filati di tentativi all’impossibilità di credere in una società capace di avere un io collettivo, all’intuizione, insieme particolare ed universale (che cioè conosce senza sapere) di Jannacci, che, in Musical, tratteggia in un lampo la definitiva vittoria dell’individualismo su qualunque forma di comunione sociale (e ancora prima e di più di linguaggio), cantando de “il Morini che quando arriva non saluta neanche più il tornio”, perché tanto sia lui che il Morini ormai sanno che sarà solo uno di loro due (e non entrambi come prima si era creduto e sperato) “a venir giù da quella scala mobile”, nel finale dello spettacolo della vita.
Alla stessa maniera, ci sono canzoni dell’uno e dell’altro reciprocamente simmetriche, nelle quali Gaber e Jannacci hanno affrontato con l'incoscienza, la purezza e l'intransigenza del vero artista proprio le questioni sulle quali ci è più faticoso misurarci davvero: dalla paura che si ha del diverso (Sogno in due tempi e Sono timido), a se e quanto ancora si possa credere alla forza delle idee (E pensare che c’era il pensiero e Il bonzo), a come sia la stessa vita a consumare inevitabilmente l’amore (È sabato e Io e te).
Insomma, saranno ricordati come autori di canzonette e invece mi hanno parlato di un mucchio di cose, di cui – lo si vede - neppure ora so dire con chiarezza e per le quali non possedevo neppure le parole.
Li ringrazio, per questo. Li ringrazio anche solo per averci provato.

lunedì, aprile 30, 2007

Menu → Rubrica → Elimina → Uno ad uno

Detesto scoprirmi violento. Eppure mi capita, come credo accada non solo a me, di compiere, quasi inconsapevolmente, gesti intrinsecamente violenti.
Ero in macchina, fermo, aspettando che arrivasse l’ora del mio appuntamento. Ascoltavo la radio, masochisticamente affliggendomi con le telefonate da casa di dichiarati prossimi elettori del Partito Democratico. Avevo chiaramente bisogno di qualcos’altro che mi aiutasse a superare l’abiezione del momento che mi stavo ritagliando. E, dunque, quale altra migliore occasione per il necessario mantenimento della rubrica del telefonino? Direte: “E allora? Dov’è la violenza?
L’operazione appare in effetti banale. Invece, essa implica una serie di valutazioni tutt’altro che leggere. Pensate a come accade la cosa. Come primo passo, si scorre, nella sua interezza, la lista delle persone di cui si ha il contatto. Come altro definire questo passaggio, se non già come un vero e proprio autodafè della propria esistenza? In un centinaio di nomi, asetticamente ordinati in successione alfabetica, c’è quello che, con ogni evidenza, è un distillato della nostra vita: i pochi compagni della scuola che hanno resistito all’usura del tempo, il meccanico, mamma, la cugina che vive in Germania, il dentista, il cellulare del capo, il numero di casa, il numero di quella coppia che si è incontrata tre anni fa al mare e che era tanto simpatica (come si chiamava il marito?), il circolo del calcetto. E così via, sgranando il rosario.
Inevitabilmente, chiuso il cerchio dalla A alla Z, si hanno dieci secondi durante i quali, un po’ sgomenti, ci si dice “Tutto qui?”. A scacciare immediatamente questa sgradevole sensazione, si parte con il secondo giro, in cui si selezionano i non meritevoli di restare con noi, quelli che dovranno lasciare il posto a chi verrà nella nostra vita. Ed ecco la violenza: perché non si giudica sulla base di quello che la persona ha rappresentato per noi, ma per quello che rappresenterà in futuro. C’è, insito in questa valutazione, un calcolo di opportunità (e - temo - di opportunismo). Nel decidere se ci sia ancora utile o meno un certo numero di telefono, di fatto sottoponiamo al medesimo vaglio la persona a cui esso appartiene. La ristrettezza delle nostre rubriche (e della nostra memoria, dunque) ci impone, per mantenere intatte le nostre speranze di un futuro ricco di cose bellissime, di tagliare ricordi felici che si pensa non torneranno più. (Sarà per questo che davvero il telefonino è diventata una nostra appendice, qualcosa che non possiamo tollerare di dimenticare a casa, quando al mattino iniziamo la nostra giornata?)
Per ogni nome in predicato di essere cancellato si apre un vero e proprio processo in cinque secondi, secondo un rito che avrebbe fatto felice Achille Campanile: “Non lo vedo più, ormai. Però, è uno che mi piace. Quanto ci siamo divertiti in Croazia quell’anno... Anzi, chissà perché non ci siamo più sentiti. Mi sa per la donna, che è una a cui non sono mai andato a genio. E lui ha ceduto. Mah.. Però, forse, anche io se dovessi scegliere tra la lei e un amico, che farei? Comunque non vedo come possa cambiare questa situazione e dunque lo cancello. Se mai mi dovesse servire qualcosa, chiedo il suo numero a Luca.
Abbiamo assorbito, anche nei rapporti umani, la logica aziendalista, facendo nostro l’imperativo di eliminare i costi inutili, di tagliare i rami secchi.
La cosa che più mi indigna di me è che, appena commesso il delitto in punta di tasto, ho persino il cattivo gusto e l’ignavia di pensare che, se per caso mi dovesse capitare di incontrare fortuitamente il tipo che ho appena eliminato dalla casa del mio Grande Fratello, avrò sempre la possibilità di dirgli: “Sai, ho perso il cellulare e non avevo più il tuo numero.

Violento. E pure vigliacco.

martedì, aprile 10, 2007

Tangram

Nascerà il Partito Democratico. Semplificando, DS e Margherita si sommano, al netto di alcune loro costole riottose, che sceglieranno la (sempre dolorosa, in questi casi) via della scissione. Il 75% degli iscritti dei DS, che si appressano al Congresso, si è detto favorevole alla mozione che impegnerà il partito all’irreversibile scelta di confluire nel PD. Allo stesso tempo, però, leggo proprio oggi su “Repubblica” il seguente titolo: “PD, avanti tutta. Ma nelle sezioni i militanti si vedono come fratelli separati”.
La creazione del PD non è riconosciuta come un processo che viene dal basso. Le rispettive basi, di post-comunisti e post-democristiani sembrano piuttosto subire questa aggregazione coatta.
Si dirà: “Ma come? E i quattro milioni di votanti delle primarie? Non sono quelli forse la base del PD, non sono i fratelli finalmente uniti?
Forse sì, ma, anzi soprattutto, forse no. Sono incline a pensare che quello fosse (e sia tuttora) un pezzo di Italia che si caratterizza per la propria fortissima contrarietà alle recenti evoluzioni della nostra società: l’allontanamento progressivo se non dalla lettera, sicuramente dallo spirito della Costituzione, la chiusura sempre più impermeabile della politica alle istanze della società civile, il sentimento di inutilità che accompagna i sempre più rari momenti di partecipazione, la sottomissione della politica all’economia, il rifiuto di un modello culturale e sociale esclusivamente mutuato dalla televisione, l’individualismo assoluto (prima ancora che la solitudine) che trae origine da un consumo compulsivo, disperato, bulimico. Il popolo delle primarie non era formato da gente che desidera vedere film bulgari con i sottotitoli in uzbeko, ma da persone che, tutto sommato, non capiscono perché sia necessariamente impossibile che una volta al mese in prima serata ci venga servito Albertazzi o Fo (o chi altri volete voi) che legge le pagine più belle di Dickens o Pirandello. E, con l’amarezza della minoranza bistrattata che non ha cittadinanza televisiva, benedicono (sic!) Piero Angela. Culturalmente, prima ancora che politicamente, quei quattro milioni di persone hanno benedetto e dato forza al progetto che intendeva sconfiggere Berlusconi, perché identificano quest’ultimo come il soggetto che – pur in ottima e varia compagnia – ha massimamente accelerato lo sfilacciamento del (certo di per sé già non saldissimo) tessuto sociale italiano.
Ma questo non è il popolo del PD, prima di tutto perché tanto a destra, quanto a sinistra ci sono persone che rifiutano il modello culturale – e dunque sociale, sempre più - al cui affermarsi Berlusconi ha contribuito grandemente. Inoltre, un conto è dare una testimonianza (che è quel che, credo, ha animato chi votò alle primarie del centrosinistra, dove, si ricorderà, c’era un bel nulla da decidere, essendo Prodi il solo candidato), ben altro conto è dare la propria adesione ad un progetto politico.
Ma esiste questo progetto politico? Qual è la mission del PD, direbbero gli aziendalisti (tutti, non solo i consulenti globali di Publitalia)? Non riesco a trovarne una. Senza stare a scomodare le ideologie, che riposano in pace sul polveroso scaffale del Novecento, in un’economia di mercato con sempre meno regole ed un sempre minore ruolo dello Stato la questione che ancora differenzia socialisti e liberali europei è quale grado di priorità si dia alla redistribuzione del reddito ovvero quale sia il desiderato grado di correzione per opera della mano pubblica alle risultanze del mercato. Un PD che sommi, senza saperle fondere, le diverse tradizioni politiche dei soggetti che vi confluiscono non saprà mai avere una voce chiara, riconoscibile, univoca su questo tema fondamentale. E, del resto, come si può ragionevolmente pretenderla da un soggetto che, prima ancora di venire alla luce, sa che sconterà la contraddizione di essere sinistra in Italia e di non poterlo essere in Europa, per propri irrisolti ed irresolubili contrasti interni? Prima ancora che senza un’identità programmatica (il che già di per sé sarebbe motivo sufficiente a rivedere il progetto), il PD nasce per scelta, cioè programmaticamente, senza una sua possibile propria identità.
Allora, di che si sta parlando? Parliamo, credo, di strategia della tattica. Il PD è strategico perché è il soggetto: i) che ha una sufficiente massa critica per vincere le elezioni in un sistema bipolare, senza pagare, come oggi accade, un tributo eccessivo ai partiti minori, evitando contestualmente che ii) quella parte di mondo cattolico oggi schierata a sinistra si faccia vincere dalle tentazioni neocentriste e proporzionaliste impersonate da Casini, nella consapevolezza (o speranza) che iii) tutto quello che viene lasciato a sinistra del PD sarà comunque sommabile e spendibile.
In Parlamento, i favorevoli al bipolarismo sono in numero maggiore dei fautori al ritorno al proporzionale senza premio di maggioranza. Le ragioni sono presto dette: si tornasse al proporzionale, AN, nonostante il percorso ormai quasi ventennale di avvicinamento al centro, sarebbe rispedita all’ala destra, ben pasciuta di consensi, inspendibili però da chicchessia; attorno a Casini si ricoagulerebbe la vecchia DC, che, riprendendosi lo spazio occupato oggi da una FI dalla leadership spompata, darebbe vita, senza dubbio, ad un partito in grado di ottenere con facilità e regolarità la maggioranza relativa; il PD (pur nella ottimistica ipotesi che riesca nell’unità a sinistra, cosa tutt’altro che scontata) sarebbe in questo scenario un soggetto che, pur dopo i tanti sacrifici compiuti (la svolta - che per alcuni fu abiura - l’entrata nel socialismo europeo, la fornitura di prove provate di fedeltà atlantica), mai avrebbe alcuna concreta speranza di vittoria alle elezioni.
Allora, si rimarrà nel bipolarismo (con tutta probabilità rafforzato da un sistema elettorale maggioritario), perché FI, AN, DS e gli ex democristiani oggi nella Margherita non vogliono il ritorno della bianca balena.

Avete presente il Tangram, quell’antico gioco cinese in cui sette figure geometriche, disposte in maniera acconcia, formano un quadrato perfetto? Ecco, il PD sembra nascere con l’esclusiva ragione di disporre la figura geometrica seconda per grandezza, in maniera tale che l’unica altra figura più grande non riesca a trovare spazio.
Mi sembra poco. Davvero poco.

lunedì, aprile 02, 2007

Il Grosso

Il Grosso ha mani sgraziate e pensiero ondivago. Si fosse sciocchi, lo si penserebbe buono e ottuso, come Garrone. Nelle anse della sua costa frastagliata, invece, sono tesori. Sconosciuti ai più, lui per primo. Cartografo di sé (ma senza metodo), rumoroso esploratore della sua propria geografia, il Grosso è goffo, ma ha animo gentile e sottile. Incassa e mette via. Depura, sgrezza, si libera. E continuamente nasce, sotto i miei occhi, dal suo blocco di marmo. Già può usare entrambe le braccia. Il Grosso è ora un tronco, ritto al vento, sempre più quercia e meno pino di Roma.
Eppure, nelle notti d’estate, quando tutto è altrove, il Grosso canta canzoni segrete, dice parole indicibili, finalmente sa.

Lo Scuro

Lo Scuro ha occhi chiari, limpidi. Guarda lontano e vede quel che ancora non è qui. Il suo pensiero è un rasoio affilato, da maneggiare con cura. Pensa lontano, lo Scuro, perché la sua vita è una gomena, spessa. Se scricchiola, è solo per ricordare quanto sia salda e quanto poco possano le blande onde del porto. Lo Scuro si proietta, anzi è un proiettile che ha già visto dove si conficcherà: lì, dove era detto (chissà quando, chissà da chi) che fosse il suo posto. Cavallo nevrile, lo Scuro, scalpita. Morde il freno, schiuma alla bocca. Lo Scuro è una fionda tesa.
Sentiremo il sibilo, il tonfo sordo di Golia e migliaia di uccelli alzarsi tutti insieme.

Il Grigio

Il Grigio sale una scala. E ad ogni passo, quello che più sotto era solo un piolo (stretto, aguzzo sotto il piede), si fa via via più largo. E comodo. Il gradino in cui si trova ora è un grande spazio, in cui ci sono piante lussureggianti ed un acquario di pesci tropicali. Ogni tanto, il Grigio si sporge e getta lo sguardo fin dove, da quell’altezza, può arrivare. Chiude appena gli occhi, respira profondamente e torna a salire. Il Grigio vede la fine della scala e sale, convinto. È la sua forza. Ogni passo lo ha fatto più forte, persino più bello. È tutto Pensiero Dedicato, il Grigio, fino a quando non schiude il suo sorriso.
E lì è solo profumo di pane, burro e alici.

martedì, marzo 06, 2007

Haply for I am black

Accade. Accade che, pur se il mondo, mentre gira, continua a far quel rumore fastidioso, insistente che hanno gli ingranaggi quando sono tutt’altro che ben allineati, si sappia surfare, sereni ed in meraviglioso equilibrio, fra le onde della vita.
Tornavo da un viaggio di lavoro e, tranquillo, guidavo dall’aeroporto verso casa. Vigile. Paletta. Accosto. Mi si avvicina un epigono di Otello Colletti, che, con il consueto tono di fintocompressa alterazione del Tutore dell’Ordine che pregusta la percentualina sul verbale, mi chiede i documenti. Io, sereno, pur non capendo perché mi abbia fermato, eseguo. Silenzio. Lui controlla il libretto della macchina. Fa un po’ di facce strane. Qualche sospiro particolarmente profondo. Poi, si arrende e, evidentemente stranito che io non mi stia affannando a discolparmi (non avrei saputo da che cosa, poi), mi fa notare che la mia macchina ha la targa dispari. Io, fresco come un quarto di pollo, faccio: “Sì, 157”.
Capisco che nella mente di Otello passa per un attimo il sospetto che io mi stia cimentando in una sorta di supercazzola (peraltro neanche rispettosa del crisma dell'incomprensibilità) al malcapitato vigile con paletta, ma, essendo io innocente come Gesù Cristo, mi guardo bene dal cavarlo d’impaccio (anzi, in fondo in fondo spero si lasci andare ad una partaccia). Invece, il valente pubblico ufficiale recupera la giusta dose di self-control e mi rende edotto del divieto di circolazione che affligge le macchine con targa dispari. Sorrido e, quasi regale, dico: “Ah, ma sto tornando adesso dalla Polonia”, disponendomi a ricevere la giusta punizione. La risposta deve avere sorpreso il povero Otello, evidentemente poco abituato a che in una tale situazione non vengano tirate in ballo, con alte grida e affannata concitazione, madri in fin di vita, cugine partorienti et similaria. Mi ridà il libretto e mi guarda con sospetto. Poi: “Può dimostrarlo?”.
Sono invaso quasi da un moto di tenerezza. Con il sorriso venato d'amarezza di chi empatizza con lo sventurato che, sentendosi forte di tre donne, è andato a vedere che faccia hanno quattro assi ben schierati, scendo dalla macchina per andare a prendere nel bagagliaio la carta d’imbarco. Non sono ancora arrivato a infilare la chiave nel portellone che Otello mi ferma e fa: “Ci credo, ci credo”. Io sorrido di nuovo, mostrando la benevolenza del sovrano che perdona il suddito sgraziato. Le ultime parole che Otello mi dice sono indicazioni su come evitare i suoi colleghi, lungo il tratto di strada che ancora mi separa da casa.

Avrei potuto vendergli a rate un’enciclopedia sui Mustelidi in venti volumi, al povero Otello.

venerdì, gennaio 26, 2007

Là, dove nacque Venere

Viaggio spesso per lavoro. Mi piace, malgrado la fatica e nonostante si abbiano davvero poche occasioni (e, alla fine di giornate lunghissime, anche poca voglia) di fare un po’ di turismo. Ma ogni tanto, quando il tempo lo consente, capita di godere di momenti molto piacevoli. È stato il caso di questa settimana, a Cipro. Questo inverno, caldo come un’estate morente, è in quest’isola, dirimpettaia del Libano, addirittura abbagliante. Ora l’Europa ha davvero il suo medioriente: case bianche, piccole e quadrate si alternano a palazzi moderni, alti, con ampie finestre; le strade, spesso ancora sterrate sono spazzate da un vento che fa sempre sentire la sua presenza. Di fronte al mare, lunghe file di palme centenarie. E poi frutta (dolce e saporita, come qui non abbiamo più) e ulivo e vite e grano. È ancora Grecia, ma è già anche Siria.
Ho passato una sera piacevolissima per i vicoli di Nicosia vecchia. Come spesso accade in queste occasioni, i miei ospiti, con l’orgoglio di chi ama la propria terra, si prodigano per far sì che io possa gustare la migliore cucina tradizionale e faccia quattro passi in mezzo alla loro storia (“Lì, dal balcone di quella chiesa, hanno impiccato otto dei nostri. Ero bambino, ma me lo ricordo perfettamente”).
Terminata, dunque, una splendida cena cipriota (ricca, profumata, abbondante), vista la sera fresca, si è optato per quattro passi digestivi, distensivi, discorsivi. Oggetto di disimpegnata conversazione, ovviamente, il lavoro: impressioni sugli incontri avuti in giornata e sulle reazioni dei nostri interlocutori. Routine, insomma. Poi, svoltato un angolo, mi si para d’innanzi un muro di cemento armato, alto, massiccio, sul cui culmine è una lunga teoria di filo spinato ed avverto forte la sensazione che la città finisca esattamente lì, in quel punto. Allora, faccio al mio accompagnatore: “Is it a border?” e lui: “No, it’s a fireline. The Turks are over there”. Scuro, molto, in volto.
La parte settentrionale di Cipro è sotto il controllo dei Turchi, i quali l’invasero nel 1974. L’occasione fu il colpo di stato che depose il presidente cipriota Makarios. Si dice che dietro al putsch ci fosse il regime greco dei colonnelli, che, tramite l’instaurazione di un governo fantoccio, intendeva procedere all’annessione di Cipro alla Grecia. Cinque giorni dopo il golpe, le truppe di Istanbul occuparono la parte nord dell’isola, con l’intento di proteggere la minoranza cipriota di origine turca. Circa 180.000 greco-ciprioti furono costretti ad abbandonare le proprie abitazioni. Gli americani (le cui responsabilità nell’affermarsi della dittatura in Grecia sono storicamente acclarate) e soprattutto gl'inglesi (Cipro è stata colonia britannica fino al 1959) hanno visto con favore l’insorgere di questa situazione di tensione nell’isola, al fine di mantenere più facilmente una loro forte influenza su una regione ritenuta cruciale per la sua posizione strategica. Ancora oggi, infatti, gl’inglesi hanno due basi militari nella parte greca, mentre gli americani ne hanno una nella zona turca (da cui sono partiti recentemente i caccia per le operazioni in Iraq). Racconto tutto questo, perché un conto è sapere le cose nella testa, un altro è sentirle nella pancia.
In quello scorcio di Nicosia – che ho visto in una sera d’inverno tanto dolce da sembrare estate – erano condensati il colonialismo, la strategia della tensione, l’odio interetnico, l’insensatezza della guerra, il dramma dei profughi, l’impotenza del peace-keeping, i 29 mesi di servizio militare che ancora oggi toccano ai giovani ciprioti greci, le armi in ogni casa, la sensazione di spreco, di dissipazione che trasmette toccare con mano quanto poco tempo e quanto poco sforzo ci vogliano a distruggere quanto si è costruito in secoli di convivenza.
E ancora maggiore è il senso di frustrazione che si prova nel vedere che gli effetti nefasti di tutto questo sono simili a scorie nucleari: hanno un tempo di decadimento lungo, lunghissimo, durante il quale, per loro causa, ci si ammala e si muore.

venerdì, gennaio 12, 2007

Pacs nobiscum

Il tema della revisione del concetto di famiglia (banalizzato nella sotto-sottocategoria dei PACS) è davvero difficile, soprattutto per i “rumori (neanche tanto) di fondo” che coprono le voci di chiunque tenti di articolare un proprio ragionamento in materia senza adottare la modalità “scontro ideologico”. Parto da un punto per me irrinunciabile: la finalità di un’eventuale riforma dev’essere quella di rimuovere le differenze di tutela che allo stato esistono tra cittadini che in teoria dovrebbero poter godere degli stessi diritti.
Mi piacerebbe, pertanto, che il discorso venisse affrontato a questo livello, tralasciando le considerazioni di carattere etico sull’eventuale superiorità di una modalità di famiglia rispetto ad un’altra, che impediscono un confronto utile sul vero oggetto della contesa. E devo dire che va riconosciuto proprio a Benedetto XVI di aver contribuito non poco a riportare la discussione nei termini che ho poc’anzi auspicato, con l’ultimo suo attacco ai PACS.
Riporto, citandole puntualmente per amore di verità e comodità nella discussione, le dichiarazioni di ieri del Papa: «… È necessaria una politica della famiglia e per la famiglia. Si tratta di incrementare le iniziative che possono rendere meno difficile e gravosa per le giovani coppie la formazione di una famiglia, e poi la generazione e l'educazione dei figli, favorendo l'occupazione giovanile, contenendo per quanto possibile il costo degli alloggi, aumentando il numero delle scuole materne e degli asili-nido. […] Appaiono pericolosi e controproducenti quei progetti che puntano ad attribuire ad altre forme di unione impropri riconoscimenti giuridici, finendo inevitabilmente per indebolire e destabilizzare la famiglia legittima fondata sul matrimonio».
Qualche problema di comunicazione il Santo Padre ce l’ha, perché ieri alla radio, mentre tornavo verso casa, ho ascoltato un laicissimo ex-direttore di quotidiano – che conosco per uomo colto ed onesto intellettualmente – sostenere con inviperite parole che neppure l’autorità morale di capo della Chiesa cattolica poteva conferire a Ratzinger il diritto di definire pericolose le coppie di fatto. Appare evidente, invece, che per il successore di Pietro non di problema morale si tratta, ma di utilizzo di risorse. Le politiche a sostegno della famiglia, quali quelle che auspica il Papa, ovviamente costano. La preoccupazione manifestata dalla Santa Sede (espressa con quegli aggettivi “pericoloso e controproducente” che tanto scalpore hanno destato) non è affatto quella che l’introduzione dei PACS mini da un punto di vista morale l’istituzione del matrimonio, bensì che l’estensione delle tutele a forme di famiglia diverse finisca per sottrarre risorse alle famiglie che si fondano sul matrimonio.
La Chiesa pretende, in sintesi, che debba permanere ben saldo il principio secondo il quale il diritto alla pensione di reversibilità o alla casa, ad esempio, devono essere appannaggio esclusivo delle giovani coppie che contraggono matrimonio, le uniche che per la morale cattolica debbano essere aiutate. D’altronde, il Papa si limita a chiedere che venga rispettata la stessa Costituzione italiana, la quale prevede che oggetto delle politiche di sostegno sia la famiglia (ed ecco perché il gran canaio su cosa sia famiglia vera e cosa sia famiglia deviata) e che si ha famiglia solo quando c’è matrimonio. Con le scorciatoie tipiche dei nostri tempi, allora, si è parlato (e fatto) di matrimoni gay, verso cui la Chiesa ha tutto il diritto di levare i propri possenti scudi. Il matrimonio, antropologicamente prima ancora che religiosamente, è l’unione di un uomo e una donna.
E allora? La soluzione, a mio modesto modo di vedere la cosa, è rompere anche nella Costituzione (visto che nella società già è così da anni) la corrispondenza biunivoca tra matrimonio e famiglia. Io farei addirittura un disegno di legge costituzionale di iniziativa popolare con cui aggiornare l’articolo 29, scrivendo “La Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio e sulle altre forme di unione civile previste dalla legge”. Mi piacerebbe che l’iniziativa fosse popolare, perché una Costituzione descrive il patto della società che essa governa e le unioni di fatto (senza specificarne sesso e direzioni) superano già oggi di gran lunga per numero quelle matrimoniali. Questo non significa che l’istituto morale del matrimonio è in crisi. Significa piuttosto che l’istituto civile (le norme che regolano la convivenza tra due persone) non è più in grado di soddisfare le esigenze di due cittadini che scelgono di passare insieme un pezzo o tutta la propria vita. L’unica articolazione del “patto” tra due cittadini che vogliono costituire una famiglia è oggi la scelta tra comunione e separazione dei beni.
Tutto il dibattito sui PACS nasce non solo dall’esigenza, per me comunque insopprimibile, di dare reale sostanza all’uguaglianza formale dei diritti a tutti i cittadini (a prescindere dalle loro scelte sessuali ed affettive), ma anche dalla domanda (che viene soprattutto degli eterosessuali) di una declinazione del concetto di famiglia meno rigido di quello descritto dal matrimonio civile.
Tutto questo detto, ricordo sempre che all’articolo 7 la nostra Costituzione dice che “Lo Stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani.”
In cambio di questa separazione, di questa rinuncia ad interferire negli affari politici dello Stato italiano (e la definizione dei rapporti giuridici tra cittadini che scelgono di vivere insieme rientra sicuramente nella categoria), versiamo allo Stato Città del Vaticano il tanto noto ottopermille.
Mi farebbe piacere una maggiore continenza papale.

martedì, gennaio 02, 2007

Video amatoriali

È stupido, lo so. Ma mi arrabbio. Mi urta vedere quanto poco rispetto si ha di noi, della cosiddetta opinione pubblica. La diffusione del filmato della morte di Saddam Hussein, girato con un telefono cellulare, ha destato, ovviamente, scandalo (se trattenete il respiro, penso possiate sentire anche voi, in lontananza, compite vocine di vecchie signore, con la stessa chioma azzurrino pervinca che aveva Forlani, dare vita, con tono grave e compreso, a dialoghi di una pochezza agghiacciante, tipo “Ehhh, pietà l’è morta”, “Sì, cara, però se lo meritava, il boia”) e preoccupazione (sempre durante la stessa canasta “Ehhh, ora chi li sente tutti questi marocchini”).
Mi chiedo: la diffusione del filmato a chi ha giovato?
All’Occidente, a cui è stata data finalmente la risposta a “che cosa sarebbe accaduto se Tizio o Caio avesse potuto comunicare così”? Non direi.
Agli iracheni? Meno che mai, visto che non credo avessero bisogno di un’ulteriore vigorosa soffiata sulla brace della loro conclamata guerra civile.
Alle televisioni che lo hanno trasmesso? Forse. Ma tutti servivano la stessa pietanza, tutti hanno offerto lo stesso scoop. Dunque, non direi che abbiano goduto di grandi vantaggi.
Al tizio che l’ha registrato e venduto? Forse, anche se resto convinto che molto di più gli sarebbe valsa la distruzione del filmato.
Allora, ricapitolando, noi dovremmo credere che, un signore, tra i pochissimi ammessi ad assistere di persona agli ultimi istanti della vita del Raìs, abbia estratto un telefonino, si sia travestito da cameraman e, senza che nessuno dei presenti si accorgesse di alcunché, per dueminutietrentanovesecondi abbia fissato per sempre l’atmosfera ostile e di scherno in cui Saddam è stato giustiziato. Poi, questo boia con il senso dell'umorismo torna a casa e, mentre i telegiornali stanno già diffondendo la versione edulcorata della vicenda, quella in cui tutte le persone coinvolte sembrano semplicemente svolgere un compito affidato loro da qualcuno molto più in alto (la Storia, addirittura), inizia a far circolare il video che ha girato (amici, siti internet, siti internet di amici degli amici), il quale poi viene immediatamente ripreso e spiattellato, senza alcuna esitazione, su tutti i network del mondo. Su internet mi risulta ci sia di tutto, ivi compresi quegli atroci insulti alla natura umana che sono le foto che ritraggono scene di pedofilia. Ebbene, la traslazione di quelle immagini nei notiziari di tutto il mondo è tutt’altro che automatica. Per fortuna, ovviamente.
Se bisogna partire dagli effetti che abbiamo potuto osservare, la diffusione del video ha giovato soltanto a chi ha interesse a mantenere alto il livello di tensione in Iraq e in tutto il medioriente. Sono gli stessi che hanno beneficiato del fatto che Ytzak Rabin sia stato assassinato da mano israeliana; sono gli stessi che hanno esultato quando Arafat, al momento di diventare finalmente il capo dello stato palestinese, ha preferito regalarsi l'interminabile assedio di Ramallah, piuttosto che smettere i panni del guerrigliero (e chissà chi è che gioisce oggi che l’Eta è tornata a colpire proprio quando sembrava raggiunto un accordo con Zapatero).

Per questo leggere che il governo iracheno ha disposto un’indagine per scoprire chi sia stato ad aver filmato e venduto gli ultimi istanti di Saddam mi fa arrabbiare.
Poi, mi calmo, torno a pensare alla macchina che fa un rumoretto che prima non faceva, mi ritorna in mente tutto il lavoro che ho da fare in ufficio, mi perdo dietro a "Marta che scivola piano e si sente il fruscio...". E così hanno la ragione dei forti.

domenica, dicembre 31, 2006

Saldi di fine anno

Far ridere una donna dà orgoglio.
Far ridere un bambino dà senso a tutta una vita.

sabato, novembre 25, 2006

Kelner, herbata. Dziękuję

Sono seduto al ristorante dell’albergo. La sala è in stile liberty, inizio novecento, interamente in mogano. Un quartetto d’archi suona in fondo alla sala. C’è un odore di Hercule Poirot, anzi di Lawrence d’Arabia. Ed anche io (che mi sono cambiato d’abito prima di venire a cena) sono affettato e dandy come un inglese eccentrico, che sia per qualche sua misteriosa ragione qui, alla periferia dell’Impero. L’Impero non è quello inglese delle colonie, ma è ciò che resta del grande Impero prussiano, le cui vestigia hanno ben resistito durante il tragico Impero sovietico. Leggo, mollemente appoggiata la mia testa su una mano, nell’attesa che un cameriere, vecchio e molto compito, serva il borsch che ho ordinato, annunciandomi la portata in un francese impeccabile. Non è semplicemente un salto indietro nel tempo, una sospensione del procedere degli eventi del mondo. È un singhiozzo della Storia. Mi sembra di poter sapere, ora, cosa si provasse in quei lunghi soggiorni (e non vacanze, perché la vacanza è il tempo che si può usare in mancanza di doveri e all’epoca in cui viaggiava solo chi poteva disporre pienamente del proprio tempo il concetto era semplicemente inutile) ad Aleppo o a Damasco, quando le mogli dei diplomatici davano scandalo per il loro esotico anticonformismo e giravano con una graziosa pistola da donna nella borsetta.
Assaporo il gusto di queste diversità perdute, quando l’inglese non era l’unica lingua comune, fumare era il piacere di una conversazione e non il vizio della solitudine, non esistevano misure standard e l’ipocrisia del politically correct era semplicemente inimmaginata.

Qui, ad Olsztyn, non ci sono altri alberghi.

mercoledì, novembre 01, 2006

Métropole blues

Cammino verso l’ufficio tutte le mattine lungo lo stesso percorso. Osservo, nel freddo più o meno pungente a seconda delle giornate, sempre la stessa scena, ogni giorno diversa: uomini e donne che si affrettano verso il loro prossimo impegno (chissà quanto convinti del senso del proprio correre). Sono colorati, se non altro. A volte, alcuni dettagli mi colpiscono: un ombrello che spunta da una sporta anche quando la giornata non promette pioggia o le scarpe da mercatino di un donnone abbastanza curato, ma irrimediabilmente sgraziato. Gli autobus si svuotano di ragazzini poco lavati, che, annoiati in quelle che le loro informatissime madri chiamano “tute che vestono”, fanno filone e si perdono dentro un sms. Sento l’odore dei caffè e delle brioches mescolarsi con quello degli escrementi dei colombi che invadono da ottobre in poi il piazzale della stazione. Lungo la mia strada, c’è un grande albergo, vecchissimo, che da mesi è in ristrutturazione. Quando lo costeggio, sento i detriti cadere dall’alto, con un frastuono che suona come un oscuro presagio.
Anche oggi, un omino minuto cammina avanti a me di qualche passo. È vestito sempre alla stessa maniera, demodé. L’abito che indossa deve esser stato, all’epoca della sua fattura (senz’altro sartoriale), di grande pregio, ma oggi suggerisce solo profumi di canfora. La giacca, marrone a quadrettini, rimanda a trent’anni fa, alle camicie di Sandro Ciotti, ai baffi di Causio. Ogni giorno, poco prima che io giunga all’incrocio, l’omino sbuca dalla traversa di destra e, sempre un po’ incerto nel passo, procede avanti a me per qualche minuto. Talvolta, s’aiuta con un bastone. Tutti i giorni, facendo il gesto di togliersi il cappello in segno di saluto, sorride alla mendicante che sta accucciata lì in terra, senza però lasciarle mai una moneta.

Poi, anche oggi come sempre, ha svoltato a sinistra alla traversa successiva. E non so dire più di lui.

martedì, ottobre 10, 2006

Mission accomplished, Mr President

Desta, ovviamente, grande preoccupazione il test nucleare effettuato dalla Corea del Nord due giorni fa. Reagisco, però, agli allarmati commenti di tutti i media, domestici ed internazionali, in maniera forse poco razionale. O forse molto, chissà. Mi spiego: come tutti, mi rendo conto che il rischio più grande è quello che si perda il controllo su chi possiede tecnologia atomica e che di quest’arma terribile vengano in possesso gruppi di terroristi (e il primo pensiero che ho fatto è stato “secondo me, quando parlano di terroristi, non pensano ad Al Qaeda, ma ad altri gruppi di cui non sanno nulla”). Comunque, so bene che si tratta di un’eventualità tragica, la peggiore che il mondo possa trovarsi a dover affrontare. Allo stesso tempo, però, non riesco a non dire “Ok, ma che altro poteva succedere?”. Fin quando lo scenario internazionale continuerà ad essere dominato dall’attivismo (per usare un gentile eufemismo) americano, la corsa al riarmo nucleare mi pare una reazione inevitabile.
L’evolversi dell’impresa irachena ha chiaramente dimostrato che l’amministrazione americana ha perseguito propri fini particolari nel muovere quella guerra. Già cinque anni fa, gli Stati Uniti hanno definito iraniani, iracheni e coreani “the axis of Evil”, ovvero l’asse del Male (maiuscolo, cioè astratto ed assoluto. Non lamentiamoci allora che lo scontro sia anche sul piano religioso). Nel corso della cerimonia del giuramento del secondo mandato dell’amministrazione Bush, il segretario di Stato Condoleeza Rice ha citato “cinque avamposti della Tirannia” (Cuba, Bielorussia, Zimbabwe, Birmania e Corea del Nord), che sarebbero stati oggetto in un prossimo futuro di grande attenzione da parte degli USA. “Nei loro confronti – ancora la Rice – gli USA si riservano ogni opzione, anche quella militare unilaterale”. Anche noi, che pure siamo legati agli americani da lunga e solida amicizia, abbiamo imparato sulla nostra pelle (dall’uccisione di Nicola Calipari, alla cabina del Cermis, al rapimento di Abu Omar) quanto essi si sentano in diritto di fare e disfare nei confronti di paesi terzi e, quel che più dovrebbe contare, sovrani.
L'unico deterrente che si è fin qui dimostrato in grado di limitare gli USA nell’esercizio del proprio strapotere sullo scacchiere mondiale è il possesso dell'arma atomica (si veda la frettolosa inclusione della precedentemente osteggiatissima India nel club atomico).
Nonostante mi facciano un'antipatia feroce, io ammiro i Francesi perché già molto tempo fa essi identificarono nell'autosufficienza energetica e strategica la chiave della loro autonomia e ancora di più li stimo perché hanno saputo tenere dritta la barra del timone lungo questa rotta, a prescindere se al governo ci fosse De Gaulle o Mitterrand, Giscard o Chirac. Interesse nazionale, punto e basta. Faccio fatica a non applicare queste stesse categorie di valutazione anche nel caso dei coreani e degli iraniani. Il problema del nucleare esiste da Hiroshima in poi, ma fin quando agli USA era contrapposta l’URSS, il mondo ha saputo trovare nella Guerra Fredda un calmiere al proprio potenziale autodistruttivo, fino ad arrivare al disarmo ed ai Trattati di non proliferazione. Un equilibrio potrà essere più facilmente ritrovato, se di nuovo si tornerà ad avere un contraltare all’egemonia statunitense. È il ruolo che la Storia ha disegnato per l’Europa, che però finora non ha dimostrato di saper farsene carico. All’orizzonte (neanche troppo lontano), la Cina si candida.

venerdì, settembre 22, 2006

Dio: istruzioni per l'uso

Siamo davvero nel bel mezzo di una guerra di religione? Credo proprio di no (e, del resto, ho già avuto modo di scrivere di quanto io sia morettiano e, dunque, “sempre d’accordo e più a mio agio con una minoranza di persone”). Parto da due premesse che mi sembrano fondamentali: i) Osama Bin Laden, nel corso della sua precedente vita da perfetto occidentale, è stato religioso tanto quanto lo può essere il Gabibbo; ii) Osama Bin Laden ha bisogno di colla per tenere insieme la sua rete.
Il mondo arabo (che, giova ricordarlo, non esaurisce l’Islam e non ne è esaurito) è un puzzle estremamente eterogeneo. Lungi dal definire Osama come un Robin Hood mondiale, gli va riconosciuto di esser riuscito in un’impresa di portata storica, ovvero a far remare Sunniti, Sciiti, Sauditi (ma anche i Ceceni e i Pakistani ed altri ancora) tutti dalla stessa parte. Per ottenere questo risultato, ha fatto leva sul solo tratto comune che può legare fra loro tutte le diverse “tribù”: la religione.
La “lotta” di Osama ha come obiettivo le lobby di potere che costituiscono l’establishment economico finanziario statunitense in quest’epoca teo-con. La guerra dell’Islam non ha come obiettivo primario la cristianità, ma essa è rivolta contro l’Occidente economico-politico e, solo come necessario corollario di ciò, anche l'Occidente religioso.
Dunque, tutto questo detto, non sono affatto convinto che la ragione profonda per cui la povera suor Leonella è stata uccisa in Kenya siano le parole del Papa a Ratisbona o le vignette dell’ormai celeberrimo giornale danese. Quelli sono i desiderati effetti di second’ordine (anche se è tremendo doverli definire lucidamente così) di chi ha inteso strategicamente porre lo scontro sul piano indentitario.
È una guerra che usa la religione, ma non è una guerra di religione. Il peggiore errore che possiamo fare (e parlo di errore tattico da un punto di vista che, se si vuole, è prettamente bellico) è rivendicare con forza le nostre radici cristiane. Non perché non si trovi effettivamente in esse quella visione dell’uomo come individuo, uguale tra uguali, al centro del mondo e della natura, da cui abbiamo saputo costruire diritti, libertà, benessere e democrazia, ma perché il riaffermarle compatta chi attacca l’Occidente molto più che l’Occidente stesso.
C’è un fenomeno di cui poco si discute, ma che si afferma ormai da anni, lentamente ed inesorabilmente. Larghe fette della popolazione di colore negli Stati Uniti, quelli che sono esclusi da un patto sociale troppo selettivo, si stanno convertendo sempre più rapidamente all’Islam. La “strategia di marketing” di Al Qaeda riesce sempre più ad accreditare l’Islam come la forza (politica, prima che religiosa) che meglio sa dare voce agli esclusi, ai secondi, agli sfruttati. Questo è il vero punto cruciale su cui dobbiamo essere capaci di operare, per disinnescare una bomba ad orologeria alla cui esplosione sembriamo quasi rassegnati: dobbiamo riuscire a immaginare e disegnare un modello di convivenza, un nuovo patto sociale, che, in maniera davvero globalizzata, sappia essere accettato dentro e fuori l’Occidente e sappia offrire più solidarietà, più opportunità ed una maggiore ricomprensione a coloro che oggi sono spinti ai margini.

lunedì, agosto 21, 2006

Pelare la cipolla fa piangere

L’Italia probabilmente guiderà la missione ONU in Libano. L’ottantasettenne Divo Giulio della politica italiana ha immediatamente (e m’è parso anche con un certo sollievo) sottolineato come questo fatto rappresenti un ritorno a quella linea di dialogo con il mondo arabo (che è tradizionalmente un nostro tratto distintivo, un nostro expertise specifico) e di forte impegno nelle istituzioni internazionali che ha caratterizzato e definito il ruolo del nostro Paese sullo scacchiere mondiale, dal dopoguerra fino alla fine della Guerra Fredda. L’invio dei nostri militari pare avverrà con il voto favorevole di tutte le forze politiche, fatta eccezione per la Lega (che questiona dell’onerosità della missione). Si registrano, poi, le sparute dichiarazioni di contrarietà di singoli esponenti politici, quale quella dell’ex Ministro della Salute Storace, per il quale non si intravvederebbe “l’interesse nazionale alla partecipazione alla missione”. In più, dopo il cosiddetto “abbraccio ad Hezbollah”, m'è occorso di leggere su un quotidiano le trasversalissime minacce, recapitate al nostro attuale Ministro degli Esteri dal Presidente emerito della Repubblica Francesco Cossiga, aventi ad oggetto il possibile ritiro della “fideiussione politica” che quest'ultimo avrebbe prestato oltreoceano sull’adeguato grado di “atlantismo” dell’ex comunista convertito Massimo D’Alema.
Ora, si sa che la realtà è una cipolla e che ci sono diversi strati da sfogliare per riuscire a comprenderne il senso profondo.
Ci si potrebbe limitare a quello più superficiale e dire: “la Lega pensa sia sbagliato, dunque è giusto”.
Si può rispondere a Storace che l’interesse nazionale non è solo ricostruire i paesi distrutti dalle guerre, magari per crearvi mercati protetti per le nostre fragili imprese. Si può fargli presente che l’interesse nazionale può essere quello di rilanciare nei fatti (e non solo nelle ormai troppe, inutili dichiarazioni di intenti) un’Europa unitaria e, per questo, protagonista e dare un po’ di fiato a quelle istituzioni internazionali, che sono ormai devastate dall’unilateralismo statunitense.
Si può dire al Presidente Cossiga che la politica estera più alta (e più vantaggiosa per il nostro Paese) l’hanno saputa fare quei pochi personaggi (Mattei, Moro, Andreotti e Craxi su tutti) che erano in grado di immaginarne i tratti tanto lungo l’asse Est-Ovest, quanto lungo quello Nord-Sud. Essere il luogotenente di Kissinger in Italia è stato un compito di minor respiro e lo sa bene per primo proprio Francesco Cossiga.

Come dite? Bastava il primo strato? Capisco…

sabato, luglio 08, 2006

Vaselina

La trepida attesa per la finalissima dei Mondiali di calcio da cui tutta l’Italia si aspetta d’essere laureata campione è stata riempita in questi giorni dal dibattimento del processo sportivo contro Juventus, Lazio, Fiorentina, Milan ed altri 25 tesserati, nonché dalle polemiche che lo hanno accompagnato. Come ogni buon appassionato di calcio, ho seguito l’evolversi dello scandalo di «Calciopoli» sin dalle sue prime battute e se, all’inizio, al timore che (secondo l’italico costume) la burrascosa tempesta si risolvesse in un bicchier d’acqua si accompagnava anche la speranza che si stesse finalmente mettendo un punto all’inspiegabile, reciproca estraneità dei concetti di calcio e regole, oggi avverto soltanto un fetido odoraccio di colpo di spugna. Durante i primi giorni di «Moggiopoli», mi sono preso la briga di scrivere (ovviamente senza altra ragione che non fosse la mia coscienza di consumatore consapevole) al direttore della Gazzetta dello Sport, Verdelli, annunciandogli che l’atteggiamento peloso, tenuto dal suo giornale sulla vicenda, aveva costretto un affezionato lettore, quale io ero, a rinunciare definitivamente al piacere della lettura della rosea. Semplicisticamente, avevo attribuito all’importante presenza della FIAT tra gli azionisti del gruppo Rizzoli-Corriere della Sera (di cui la Gazzetta è un fiore all’occhiello) un ruolo determinante nella definizione della linea editoriale del giornale. Così, ho inteso esercitare la sola libertà concessa a noi piccole “cellule di consumo”, ovvero quella di astenersi dal consumare. Dopo due mesi e mezzo, però, il desolante panorama del giornalismo italiano (sportivo e non soltanto) mi rende obbligatorio fare una severa autocritica: erroneamente ho identificato nella Gazzetta un exemplum, perché, fatte salve pochissime e vivaci eccezioni, va detto che è l'intero sistema dell’informazione italiana (che con il calcio governato dal sistema di potere oggi sotto processo ha lavorato tanto e proficuamente) ad attuare, in maniera estremamente compatta ed a tutti i livelli, una strategia di saturazione e ammorbidimento dell’opinione pubblica tanto chirurgica, quanto terribilmente efficace.
Io vivo a Roma, città di grande passione calcistica, dove l’amore sviscerato dei romani per i colori giallorossi e biancazzurri ha creato nell’etere un enorme spazio, da anni occupato da radio private le più varie. Esse hanno di solito stili (e dunque target) molto diversi. Si va da trasmissioni che danno voce direttamente agli ultrà, a programmi che trattano in maniera quasi compulsiva ogni aspetto della vita quotidiana della Roma o della Lazio, ad altre ancora, caratterizzate certamente da una maggiore professionalità, che ospitano importanti firme giornalistiche e trattano il calcio in maniera più seria. A tale variabilità non ha affatto corrisposto (come ingenuamente presumevo sarebbe accaduto) un’articolazione di reazioni altrettanto polimorfa. È addirittura affascinante vedere come oggi sempre più a stento i “telefonatori da casa”, gli “intervistati in strada”, quelli che scrivono alle redazioni riescano a tenere ferma la barra del proprio timone emozionale verso il punto “indignazione feroce erga omnes”, indicato loro solo pochi giorni fa dalle stesse radio, dalle stesse televisioni, dagli stessi giornali. Al momento della pubblicazione delle intercettazioni, s’è scatenata infatti una canea giustizialista per la quale: i) Moggi, ovvero colui che ha rotto il giocattolo più amato dagli italiani, dovrebbe essere scuoiato e messo sotto sale; ii) Carraro bisognerebbe fosse espulso dall’Italia, in quanto nemico del popolo; iii) tutti i componenti dell’universo calcio (istituzioni calcistiche, presidenti, dirigenti, società, calciatori, massaggiatori, etc. etc.) dovrebbero necessariamente essere coinvolti nell’indagine, processati e condannati, perché tutti sapevano e tutti, dunque, sono marci (tranne i giornalisti, compresi quelli che figurano nei verbali delle intercettazioni, i quali sono invece rari esempi di cristallina deontologia professionale). E già qui il terzo punto poco si parla con i primi due.
In ogni caso, le intercettazioni telefoniche non hanno lasciato scampo ai soggetti coinvolti che sono stati costretti chi a dimettersi (Galliani, obtorto collo), chi, addirittura, ad autoradiarsi prima del processo (lo stesso Moggi). Ed ecco serviti i capri espiatori, i banditi, i cattivoni, cioè quelli, lo si sa, che devono per forza esserci se si vuole che il feuilleton piaccia al pubblico. Intanto, in concomitanza con la chiusura dell’inchiesta, cioè alla vigilia delle richieste del procuratore federale, il tam-tam dei mezzi di comunicazione riferiva in maniera allarmata di una Juventus che “addirittura starebbe rischiando la B”. Questo è un secondo elemento della strategia con cui si sta preparando l’“atterraggio morbido” sull’opinione pubblica di una sentenza mite: si accredita come estremamente pesante una sanzione che, alla lettera del diritto sportivo, non è in realtà né sufficiente né adeguata (un po’ come fanno quegli allenatori di squadre importanti quando, in sede di presentazione di una partita contro l’Albinoleffe o il Canicattì, severamente illustrano le difficoltà della gara). In realtà, il diritto sportivo (che pure configura un ordinamento tutt’altro che perfetto e niente affatto in grado di disciplinare le diverse fattispecie che si sono verificate) su questo punto è invece chiarissimo: per le società che abbiano responsabilità dirette (ovvero dovute agli atti di suoi dirigenti con potere di firma) nel compimento reiterato di illeciti sportivi di particolare gravità, la pena prevista è la retrocessione in una serie inferiore, identificata secondo convenienza dalla giustizia sportiva. Ora, sostenere che quanto emerge dalle intercettazioni telefoniche a carico del Direttore Generale della Juventus non configuri esattamente quanto previsto dal diritto sportivo è davvero arduo. Ma, si sa, una bugia ripetuta continuamente dalla radio, dalla tv e dai giornali finisce per assomigliare ad una mezza verità. Luciano Moggi finirà per essere ricordato come un semplice sbruffone che in quattrocentomila telefonate annue fingeva di avere un potere che in realtà non possedeva? Big Luciano come il miles gloriosus di Plautiana memoria? Non voglio crederlo, anche perché non mi pare proprio abbia quel che si dice il physique du role.
La terza ed ultima fase della costruzione dell’enorme ciambella di salvataggio, con cui si sta tentando di imbracare chi ora è disperso in mare, in balia delle alte onde del desiderio di giustizia degli sportivi italiani, è quella che è iniziata all’apertura del processo sportivo. Nei giorni in cui il dibattimento in aula ha avuto luogo, il sistema dell’informazione ha iniziato a bollare come “ingiusto” il processo, come “sommaria” una giustizia che ha la necessità (ma anche il dovere) di rispettare le scadenze imposte dal calendario delle attività calcistiche europee della prossima stagione. Si è parlato, davvero a sproposito, di “compressione del diritto di difesa”, di “sentenze già scritte”. Io credo che i motivi di tanto strepitare siano da ricercarsi più in un altro fatto: al contrario di quanto accade nel rito ordinario, il giudizio sportivo ha un procedura elementare, se non addirittura basica, che non offre a chi patrocina gli imputati la possibilità di costruire una difesa dal processo.
I buoni avvocati, quando si trovano a difendere un imputato contro cui sono state raccolte prove schiaccianti, sanno di non poter percorrere la via di una difesa nel merito delle contestazioni. Allora, tentano di salvare il loro assistito in altra maniera, magari arrivando alla prescrizione, tenendo un comportamento processuale assimilabile al più accanito filibustering parlamentare. In quei casi, assicurare la massima tutela a chi è sottoposto al giudizio è un interesse preminente dell’ordinamento giuridico, anche a costo di perpetrare un’ingiustizia sostanziale, qual è una prescrizione del reato ottenuta dalla difesa tramite un utilizzo a fini ostruzionistici di tutte le forme di garanzia dell’imputato. Il processo sportivo, che nasce – ricordiamolo – non per decidere le sorti di imprese multinazionali, quali sono oggi le società di calcio, ma per accertare se un arbitro ha accettato o meno un cavallo in cambio della propria benevolenza piuttosto che per stabilire se il difensore che ha dato una brutta pedata all’attaccante sia meritevole di due ovvero tre giornate di squalifica, non offre alle difese queste opportunità. In qualsiasi modo finisca la vicenda di «Calciopoli», essa ha reso evidente come non sia oltremodo tollerabile che un fenomeno come il calcio professionistico, che è sì sportivo, ma oggi anche e soprattutto economico e vede legittimi interessi di terzi non tesserati del valore di milioni di euro, non cada sotto la giurisdizione amministrativa dello Stato (magari nell’ambito di una sua branca dedicata in via esclusiva allo sport). La questione, oggetto di dibattito da anni, ha visto sempre prevalere i fautori della cosiddetta “salvaguardia dell’autonomia dello sport” (elegante locuzione, traducibile più o meno con: “meno gente esterna ficca il naso nelle cose nostre e meglio è”), ma oggi, dopo tutto quel che è emerso, sarebbe francamente indifendibile insistere nel non mutare decisamente indirizzo.
Tutto ciò detto, questo processo deve essere oggi celebrato secondo le regole vigenti del diritto sportivo. Invece, persino il Ministro di Grazia e Giustizia spinge perché, magari a celebrazione di una vittoria importante della Nazionale, sia un’amnistia generalizzata a chiudere il momento nero del calcio italiano. D’altronde, si sa, egli è amico fraterno del presidente della Fiorentina, la quale in questa vicenda ha il ruolo del “Cane di paglia”. Per chi non ricorda, nel meraviglioso e terribile film di Sam Peckinpah, Dustin Hoffman, da mite contadino, si tramuta in efferato omicida, quando un gruppo di sbandati gli tocca casa e famiglia. Se, da un lato, è verità assoluta che la Fiorentina sia stata vessata per tutta la seconda parte del campionato 2004/2005 da arbitraggi volutamente sfavorevoli, dall’altro lato è ben documentato dalle intercettazioni telefoniche come i fratelli Della Valle, per evitare la retrocessione in B (e gli ingenti danni economici che da essa avrebbero patito), abbiano invitato a pranzo alti esponenti della Federazione ed in quella occasione abbiano offerto (oltre ad una gustosissima bistecca alla fiorentina) ampie rassicurazioni sulla loro intenzione di desistere dal dare ulteriormente battaglia per ottenere un cambio al vertice della Lega Calcio. Da quel momento, un magico incastro di risultati (tanto della Fiorentina, quanto delle altre squadre coinvolte nella lotta per non retrocedere) ha portato i viola ad un’agevole salvezza. Purtroppo per il sig. Tod’s (che ritengo una brava persona, di cui il mondo del calcio ha molto bisogno), per il diritto sportivo non rileva se l’illecito sia stato compiuto “per legittima difesa”. Tecnicamente, la posizione della Fiorentina (e della Lazio, l’altra squadra la cui linea difensiva è tesa a dimostrare che non s’è perseguito slealmente un vantaggio, ma si è soltanto operata una tutela dei propri interessi a fronte delle altrui prevaricazioni) differisce da quella della Juventus solamente per la mancata reiterazione dei comportamenti illeciti. Pertanto, Lazio e Fiorentina sono, secondo la lettera del diritto sportivo, passibili di retrocessione in B. Se le tesi dell’accusa venissero accolte, la stessa pena dovrebbe essere irrogata ai danni del Milan, per aver costituito (a leggere le intercettazioni) un pool di guardalinee di propria fiducia. Come nel caso della Juventus, si tratta di gravi illeciti reiterati. Manca però il requisito della responsabilità diretta della società (cui viene contestata soltanto una responsabilità oggettiva), perché accusato di aver messo in piedi un “controsistema” in grado di pilotare le designazioni degli assistenti di linea è stato il dirigente addetto agli arbitri e non il direttore generale o l’amministratore delegato.
Facendo un’analisi dei fatti per come li abbiamo saputi, appare evidente che diversi sono i ruoli e diverse le responsabilità. È chiaro che: i) Juventus e Milan erano i gestori del sistema, l’una controllando arbitri e mercato dei calciatori, l’altra il mercato dei diritti radiotelevisivi ed i guardalinee; ii) l’oligopolio è stato collusivo, almeno fino a un paio di stagioni fa. Forse, anzi sicuramente, la ragione della scoperta di questo sistema di potere così pervasivo e blindato risiede proprio nell’entrata in crisi del matrimonio biancorossonero; iii) la Fiorentina s’è opposta all’establishment (nonostante sia scritto dappertutto di non disturbare il guidatore), è stata piegata ed è andata a parlare con i “conducenti del bus” perché terminassero le vessazioni arbitrali; iv) alla Lazio non si possa contestare in alcun modo di aver direttamente fatto parte della “cupola”, ma essa ha avuto i benefici che spettano agli “amici degli amici”. Probabilmente, anche altre squadre che non osteggiavano il duopolio avranno ricevuto favori al pari della Lazio, così come nel 1980 ci saranno stati anche altri calciatori che scommettevano oltre a quelli che hanno pagato dazio.
Anche tenendo conto di tutto questo, resta che oggi sono a processo queste 29 persone (tra fisiche e giuridiche) ed esse vanno giudicate per quello che stabilisce la norma sportiva. Le richieste del procuratore Palazzi mi sono sembrate di una correttezza esemplare. Sappiamo che poi, in barba a qualsiasi clausola compromissoria, queste vicende arriveranno (com’è naturale) di fronte ai tribunali ordinari e lì gli avvocati torneranno a giocare in casa. Non credo che la sentenza del processo sportivo, attesa per i prossimi giorni, riserverà molte sorprese. Lo stesso non mi sento di dire, pensando alle future sentenze della Corte Federale e, se ci si arriverà, del TAR e del Consiglio di Stato. (Per completezza d’informazione, è il caso di ricordare che il presidente del TAR del Lazio - che sarà territorialmente competente - è stato in passato presidente della Corte d’Appello Federale della FIGC.)
È a queste seconde sentenze che il sistema della comunicazione sta preparando l’opinione pubblica. Due sono i messaggi che, con diverse nuances, oggi vengono passati in maniera martellante: i) non è giusto che Fiorentina e Lazio paghino, perché hanno subito il potere del duopolio o comunque non vi partecipavano attivamente; ii) se proprio questi giudici sportivi (che hanno fatto di tutta l’erba un fascio e non hanno dato modo agli imputati di organizzare la difesa) devono per forza condannare, ebbene che si regolino con le sanzioni. La tesi suggerita è più o meno la seguente: la Juventus è colpevole più degli altri, quindi le pene andranno necessariamente modulate in relazione a quanto sarà erogato ai torinesi. Ma siccome il movimento calcistico, anzi l’azienda-calcio, può permettersi a stento una Juventus in B (diciamo al massimo per un anno), è dunque fuori discussione che i bianconeri finiscano davvero in serie C. Allora, necessariamente (anzi “per giustizia”, sic!), le altre società coinvolte dovranno rimanere in serie A, magari con delle penalizzazioni.
Assisteremo ad un caso di “assoluzione sommaria per via mediatica”, simile a quella che salvò il colpevolissimo O.J. Simpson? Lo temo.

martedì, giugno 27, 2006

Nulla pietas in interpretibus

Ieri sera, nonostante la calura e le zanzare, sono andato a dormire contento. Ero d'animo lieto tanto per la schiacciante vittoria del NO nel referendum istituzionale, che ha sancito la definitiva secessione dell’Italia da Berlusconi, quanto per l’affermazione della nostra nazionale di calcio (che, pur essendo materia meno alta e nobile, condivide con la Costituzione la natura di tessuto connettivo che tiene uniti le Alpi e le Aci). Siamo un paese di commissari tecnici ed anche io, in genere, mi cimento nel ruolo con vigore. So bene che nel calcio, come in tutto il resto, sono lecite le opinioni più disparate, ma ho trovato davvero ingenerosi (e talvolta tecnicamente errati) molti giudizi su una nazionale italiana che, secondo me, invece, ieri ha dimostrato molto valore. Non vorrei che il gentile epiteto con cui il nostro selezionatore ha apostrofato i giornalisti due giorni or sono abbia causato a lui ed alla sua squadra una contrarietà della critica a prescindere.
A me questa Italia piace. Io credo che questo sia un Campionato del Mondo di ottimo livello. Sono praticamente scomparse le squadre che giocano con una punta sola (tranne, forse, proprio i nostri avversari di ieri). Nessuno parte sconfitto in partenza (come dimostrano i risultati alterni che si sono avuti in molti gironi) e, nonostante le ovvie differenze di caratura tecnica tra le diverse compagini, non ci sono partite che possano essere vinte senza profondervi il massimo impegno. Soprattutto quest’ultimo aspetto, al termine di una stagione massacrante, rende il Mondiale una competizione molto difficile, in cui le differenze sul campo finiscono per essere sempre più sfumate di quelle sulla carta. È il caso della partita di ieri sera. Ritengo un risultato molto importante (e tutt’altro che scontato) la vittoria contro l’Australia, non solo per come esso è maturato. I canguri non avranno pedigree calcistico, ma sono una squadra molto ben preparata, fisicamente e ancor di più tatticamente, composta da calciatori che giocano titolari in squadre europee importanti. L’affrettata espulsione di Materazzi ha reso poi ancora più agevole per i nostri avversari coprire il campo di più e meglio di quanto non sapessero fare i nostri. L’Italia, però, dimostrando molta personalità, non ha avuto paura nel sapersi inferiore sul piano del dinamismo e dell’applicazione e mai ha trasmesso l’impressione di non possedere il controllo della gara. Poi, un rigore generoso (e benedetto) ci ha regalato il felice epilogo, ma trovo davvero scorretto non sottolineare che, senza i 94 minuti precedenti, esso non avrebbe mai potuto verificarsi. Vedo giocatori che si aiutano molto in campo e questa è una confortante novità per la nostra nazionale (e un grande risultato del lavoro del commissario tecnico). Non ricordo nulla di simile né sotto la gestione di Cesare Maldini, né sotto quella di Giovanni Trapattoni.
In un’atmosfera da crucifige, la considerazione meno astiosa che ieri sentivo fare in televisione è quella secondo la quale il nostro commissario tecnico starebbe rinnegando quanto ha costruito nei passati due anni, per ritornare al caro vecchio italico catenaccio, che tante soddisfazioni ha dato al nostro calcio. Io non nutro alcuna particolare simpatia verso Marcello Lippi. Per ragioni che vanno al di là delle valutazioni tecniche (il suo passato juventino negli anni dell’abuso di farmaci ed il coinvolgimento del figlio nell’inchiesta che riguarda la GEA), non lo ritengo l’uomo adatto a guidare la nazionale di un calcio italiano che si spera finalmente rinnovato. Mi aspetto anzi che alla fine di questi Mondiali, quale che sia il risultato degli azzurri, egli si dimetta, ancor prima d’esser sollevato dall’incarico.
Tutto ciò detto, gli va riconosciuto di aver schierato, prima che infortuni, convalescenze e squalifiche lo costringessero a sostituzioni obbligate, una nazionale tanto offensiva come mai l'Italia è stata in una grande competizione internazionale: abbiamo due ali come terzini (come, a parte noi, ha solo il Brasile), tre centrocampisti (fino al gesto sconsiderato di De Rossi) tutti dai piedi buoni e votati più alla costruzione e agli inserimenti che al contenimento, due prime punte e un fantasista. Parlare di difesa e contropiede mi sembra poco aderente alla realtà.
Ieri, mentre stavo tornando a casa per seguire la partita, ero in macchina ed ascoltavo la radio. Alla notizia dell’esclusione di Totti, ho sentito dare testualmente del “deficiente” al nostro selezionatore. Ho spento la radio, non ritenendo vi potesse essere alcunché di interessante che potesse dirmi chi ha un tal modo di argomentare. Ma anche nel merito della questione, ritengo invece che la scelta di far giocare Del Piero sia stata proprio una difesa di Totti agli occhi del gruppo che, è bene ricordarlo, nei suoi uomini più rappresentativi (Cannavaro su tutti), dopo l’infelice gara con gli statunitensi, ha sottoposto all’allenatore la seguente, non peregrina, considerazione: non ci possiamo permettere il centrocampo a tre, se Totti, a causa delle sue non perfette condizioni fisiche, non può garantire un aiuto alla linea mediana nella fase difensiva. Semmai, il vero autodafè (pur se giustificato dalla circostanza che erano i cechi a dover fare la partita, avendo la vittoria come unico risultato a disposizione) è stato quello che Lippi ha fatto con la formazione schierata nella terza partita del girone, in cui Totti ha sì giocato l’intera gara, ma nel modulo italiano non v’era traccia alcuna del ruolo nel quale egli è unico, insostituibile e, con buona pace di chi continua a non stimarlo, decisivo.
Ieri, invece, Lippi ha chiaramente e con forza ribadito (alla squadra prima ancora che a chi questo Mondiale lo sta solo guardando) che: i) si gioca con tre uomini davanti, anche se questo comporta fare più fatica in mezzo al campo, ii) il punto di riferimento è Totti, pur se tuttora convalescente (e Del Piero è soltanto la sua sbiadita riserva), iii) l’Italia gioca palla a terra per vie centrali, perché ciò su cui si punta sono la tecnica di Pirlo e Totti, la forza in area di Toni e Gilardino e gli inserimenti di Perrotta. È la sua nazionale ed ha tutto il diritto di insistere sulla strada che crede migliore. Tutto ciò che noi meri spettatori degli eventi possiamo chiedergli è di essere deciso e coerente con le proprie convinzioni, perché, come ha tristemente dimostrato Trapattoni, un allenatore indeciso ha comunque perso già prima di cominciare a giocare.
Ero molto fiducioso prima che iniziasse il Mondiale e, dopo la partita di ieri, lo sono ancora di più.

In ogni caso, oggi ho giocato 10 euro sul Ghana.

lunedì, giugno 19, 2006

I giovani fanno l'alba ad Ostia

Non so molto di cinema, anzi direi che ne capisco quasi niente. Una delle poche cose che so di sapere è che amo molto Nanni Moretti. Nonostante la sua poetica sia estremamente autoriferita (la sua persona ed il suo lavoro, dagli esordi in super-8 fino ad Aprile, di fatto coincidono, direttamente o per l’interposta figura del suo alter ego, Michele Apicella), mi identifico in quanto racconta nei suoi film. Questa immedesimazione sfocia poi in una catarsi vera e propria, di fronte alla maniera non mediata con cui Moretti narra e, così, combatte le sue idiosincrasie. È chiaro che, nella vita quotidiana, non sia (per fortuna) neppure pensabile reagire con tanta nettezza e tale intransigenza di fronte allo sciocco e codino conformismo altrui ed a tanto manifesto disprezzo verso le parole ed il linguaggio. Dunque, se mai vi fosse sorto un dubbio, chiarisco che non ho comportamenti asociali e non sono solito andare in giro a schiaffeggiare chi parla e pensa per sentito dire. Però, allo stesso tempo, non posso negare che l’impulso primario sia quello di censurare, anche con vigore, tanta ignoranza e tanta stupidità e che mi fa bene vedere sullo schermo il sedicente intellettuale, che dice d’essersi ritirato a studiare Joyce da vent’anni, disperato perché non sa come è andata a finire la saga di Beautiful.
Ma, al di là di questo, più in generale riconosco a Moretti la capacità di generare in chi guarda i suoi film quello stupore che è l’unico discrimen che la mia pochezza ha saputo individuare come elemento che distingue ciò che è arte da ciò che arte non è. Se Fellini riusciva a far emergere dal subconscio i quasi sogni del dormiveglia, Moretti riesce a dar sostanza all’ineffabile disagio che ci colpisce quando un gesto, una parola, un fatto ci mettono sotto il naso quale distanza siderale ci sia ormai tra le idee e le azioni, tra ciò che è in potenza e ciò che si realizza, tra quel che si dice e quel che si è.
Approfittando di una mezza giornata di libertà, ho donato un briciolo di senso al mio aver negli anni collezionato, a causa di una canina ed ideologica fedeltà di consumatore al gruppo Repubblica-l’Espresso, centinaia di videocassette e di Dvd di film che non ho il tempo di (ri)vedere e mi sono concesso una proiezione privata di Palombella Rossa. Io non so se Moretti abbia ragione nella sua analisi politica del travaglio comunista (che pure in parte condivido), ma lo stupore di cui parlavo prima trova fondamento nella forza con cui egli rappresenta la lacerazione politica, generazionale, individuale e soprattutto linguistica di un intero paese (e non solo della sinistra). Nel film non c’è alcun intento assolutorio o consolatorio (alla Italia-Germania 4-3, per intenderci), ma solo l’impietosa fotografia scattata da chi, utilizzando come rasoio di Occam un’ironia sublimemente feroce, non ha paura di sfrondare il proprio passato ed il proprio presente, politico e personale, da qualsiasi inutile ridondanza ideologica e sa essere, in qualche modo, profetico del futuro. Perché è innegabile che il tempo abbia dato ragione al Moretti del 1989, se oggi usiamo termini il cui significato non ci è più affatto chiaro.
Si dirà che il fatto è fisiologico, perché la realtà cambia e dunque cambiano le parole. Qui, però, siamo in presenza non di un semplice mutamento, ma di un vero e proprio depauperamento. Dietro alla perdita di senso delle nostre parole, c’è lo svilimento dei concetti che sono ad esse sottesi. Le parole che mi innervosisce sentire usare oggi non sono kitsch, cheap, trend negativo o le altre locuzioni infelici con cui la bionda intervistatrice affliggeva Moretti a bordo piscina. Sono parole importanti come democrazia e come libertà. Prendiamo quest’ultima. Nella sua accezione corrente, essa viene ormai intesa come il diritto di non soffrire delle restrizioni di alcuna regola. È questo un concetto quasi sovrapponibile a quello di anarchia, perché la libertà a cui ci si riferisce è sempre e soltanto quella personale ed è assoluta. Di quale impegno sia necessario per essere liberi non si parla più. Di come sia necessario saper essere informati e consapevoli per essere liberi nessuno dice più. Se nel 1972 (in prima serata, di sabato su Raiuno) si cantava che “La libertà è partecipazione”, oggi si teorizzano veri e propri ossimori, quali la libertà di non pagare le tasse o di intraprendere vie non democratiche di lotta politica (laddove domenica prossima venisse respinto dal corpo elettorale il nuovo assetto istituzionale della Repubblica).
Del concetto di democrazia, invece, si dà oggi un’interpretazione meramente quantitativa, intendendo la volontà della maggioranza come una sorta di monade, inscalfibile da qualsiasi altro argomento, sia esso di ordine etico, morale, politico e finanche legale (se è vero come è vero che, non più di un paio d’anni fa, un parlamentare, magari non proprio versato nel diritto, fece via etere circolare la bislacca opinione secondo la quale chi è bagnato dal consenso della maggioranza dei cittadini non dovrebbe poter essere giudicato da membri di un altro potere – quello giudiziario – che non gode della stessa investitura popolare). La democrazia, intesa come uguaglianza di opportunità e di diritti, oggi, non fa più parte del bagaglio comune della nostra società, della nostra eredità indivisa. Stupisce (ma fino ad un certo punto, in realtà) che siano oggi proprio quelli che hanno minori possibilità e meno mezzi a non avere la voglia di affrontare la fatica che l’esercizio della democrazia comporta.
Allora, come mi trovassi di fronte a un venditore che m’illustri le qualità magnifiche di un prodotto ed il suo prezzo irrisorio e mi lodasse per la perspicacia che dimostrerei concludendo l’acquisto, da un po’ di tempo sono estremamente diffidente verso chi usa con tanta facilità parole così importanti per giustificare scelte e veicolare valori che con la libertà e la democrazia non hanno nulla a che vedere.
Per informazioni, chiedere in Iraq.

giovedì, giugno 08, 2006

Pasta al pomodoro e cotoletta

Avevo un rapporto con il pane e nutella davvero vizioso. La spalmavo personalmente, in grande copia, costruendo un triplo sandwich con il pancarrè. Quindi, procedevo a schiacciare il panino lungo il suo perimetro, in maniera tale da far ammassare tutta la crema di cioccolato al centro. Poi mangiavo i bordi del “cassettone” (così lo chiamavo). Restava una grande palla quadrata (d'altronde, se lo spazio è curvo...) di mollica di pancarrè, praticamente intrisa di nutella, che tenevo delicatamente tra il pollice e l’indice della mano destra. La contemplavo, religiosamente in silenzio, per alcuni secondi e ne odoravo il profumo. Poi la facevo sparire tutta intera in bocca. Ricordo come parte fondamentale dell’irrinunciabile piacere di quel rito anche la difficoltà di governare con la lingua l’enorme bolo, masticando a fatica, per ridurre in poltiglia quella stella nana di straordinaria dolcezza.
Questo avveniva a metà del pomeriggio, quando, conclusa la prima delle due partite che di solito facevamo, risalivo a casa di nonna tutto sudato. Partita, merenda, ancora partita. Giocavamo su prati che, ai nostri occhi, erano campi regolamentari, perfettamente delimitati da linee immaginarie che andavano dalla panchina a quell’albero laggiù. Le porte erano le giacche delle nostre tute. Si giocava per ore, le squadre fatte a pari e dispari dai due più forti (che non potevano stare nella stessa squadra), ogni tre corner un rigore e vittoria a chi arriva per primo a dieci. Ancora oggi associo l’odore dell’erba tagliata alla felicità di un campo perfetto e di un pallone che rotola.
Per qualche tempo ho voluto giocare in porta. Mi piaceva parare e ancora di più mi sarebbe piaciuto vedermi volare da palo a palo, come facevano i miei miti di allora: Harald Schumacher (portierone tedesco, con dei baffoni asburgici, che fu in campo nella finale del Bernabeu) e Jean Marie Pfaff (un belga, che aveva sì un nome da macchina da cucire, ma era dotato di uno stile davvero perfetto). Erano entrambi campionissimi, che in carriera hanno soltanto perso. A dire il vero, il portiere più forte di quegli anni era Rinat Dassaev, ma era sovietico e lontano, per cui, di fatto, di lui non si parlava mai, neppure fantasticando. Paravo usando dei guanti da giardiniere, neri con delle strisce di gomma verde puntinata sulle dita, che avevo trovato nella cassetta degli attrezzi di mio nonno. Poi, un giorno, per il mio compleanno, mi feci regalare dei veri guanti da portiere. Grigi, stupendi. E non mi importava affatto di ignorare del tutto chi fosse il portiere a cui erano dedicati (Sepp Maier, che solo anni dopo scoprii essere stato guardiano della nazionale tedesca per ben due mondiali). Poco tempo dopo, tornai a tirar calci in mezzo al campo.
Altre volte, i portici sotto casa ospitavano le prove del nostro Grande Slam di tennis. Un pomeriggio eravamo a Wimbledon, un altro calpestavamo la terra rossa del Roland Garros e così via, in giro per il mondo. Era sufficiente tirare uno spago tra due colonne dei portici. Giocavamo utilizzando racchette di plastica e palline di spugna. Eravamo di solito in quattro e ciascuno di noi sceglieva all’inizio del torneo quale campione avrebbe impersonato. Io amavo Jimmy Connors, che era mancino e maleducato. Talvolta (ma solo se ero avanti nel punteggio), nonostante io sia destro, giocavo dei punti con la sinistra. Quando ero Connors avevo anche facoltà di insultare le mamme dei miei avversari, proprio come faceva Jimbo. Si giocava a turno. I due al momento non impegnati in gara facevano uno il giudice di sedia (con giurisdizione assoluta e sentenze inappellabili) e l’altro la telecronaca (comprensiva degli effetti sonori, tipo schiocco della pallina sulla racchetta, applausi, boati della folla in estasi). Sono state le ore, i giorni, gli anni in cui abbiamo maturato le inclinazioni che abbiamo oggi nel menare la vita. Ricordo che Adriano amava McEnroe e dunque aveva un gioco spumeggiante, tutto d’attacco, fatto di volée, demi-volée, veroniche e smorzate. Scendeva a rete a prescindere, quasi ad onorare la bellezza del gioco e l’armonia dei gesti del suo campione. Che lo impallinassi quasi regolarmente con il mio barbaro passante lungolinea di rovescio (metà Ivan Lendl, metà gattone Mečir) non costituiva per lui un fatto meritevole della benché minima considerazione.
Ci si telefonava, rigorosamente durante il riposino degli adulti, per darsi appuntamento alle tre di pomeriggio, perché le due ore trascorse dall’uscita da scuola erano stimate sufficienti per pranzare (vedendo “Il pranzo è servito” di Corrado) e fare quei quattro compitini che ci assegnavano da svolgere a casa. Ancora meno tempo si impiegava a decidere di non fare neppure quelle poche cose e vedere invece i Duran Duran o Howard Jones a Deejay Television.
Facevamo numeri di sei cifre, senza prefisso, e conversazioni meravigliosamente basiche, tipo questa:
“Pronto, so’ Andrea, che c’è Massimiliano?”
“Un attimo”
(madre scocciata che prefigura la tuta da lavare e/o rammendare)
“Ciao”
“Ciao. Se vedemo a ‘e tre, sotto casa de Petrella”
“Ciao”
“Ciao”


Ora sono in ufficio. C’è il sole e penso che non torneranno più quelle merendine di Maggio.

mercoledì, maggio 31, 2006

Una giornata tutt'altro che uggiosa

Trasferta di lavoro. Una Brianza niente affatto velenosa. Anzi, giornate di sole splendido. Già questo sarebbe sufficiente perché io registri il tutto sotto la voce Avere. In più, ho visto ed imparato cose molto interessanti, che hanno a che fare con problemi cruciali per il futuro delle imprese italiane. E dunque con il futuro dell’Italia.
Si può concretare il proprio impegno civile lavorando nelle sezioni di partito, nel sindacato, nell’associazionismo (laico o cattolico che sia) o ancora in cento altri modi. C’è poi l'agire politico, quello che pone materialmente in essere le condizioni perché le scelte strategiche si trasformino in cambiamenti reali, tangibili della società. In questi due giorni, ho visto un caso (raro) in cui si è concretamente realizzata una di quelle panacee di cui si legge ogni tre righe in qualsivoglia documento strategico, redatto per una qualsiasi finalità. Sto parlando del per certi versi mitologico circuito virtuoso tra imprese, centri di ricerca, sistema finanziario, Stato ed enti locali, capace di generare una mirabile coesistenza tra interessi privati ed interessi pubblici (che quasi sempre, ideologicamente, viene data per scontata ed automatica), grazie al quale si può affrontare il problema del recupero di competitività del nostro sistema industriale. Stavolta ho persino ben digerito (cioè senza somatizzare) tutte le inevitabili chiacchiere, trite e ritrite, sulle best-practices aziendali, cioè su quelle regolette zen (Diversificazione, Knowledge, Outsourcing, Human Capital, Information Technology e mille altre superstizioni a cui i manager d’impresa non riescono a sottrarsi) che nei manuali vengono spacciate per segreti alchemici in grado di trasformare in oro il vile metallo di una qualsiasi azienda, di qualsiasi dimensione, operante in un qualsiasi settore. In questa occasione, sono stati gli stessi ricercatori ad innescare il circolo virtuoso, individuando le possibili applicazioni industriali dei risultati del loro lavoro. È questo però un evento davvero eccezionale, in un paese in cui la ricerca serve prima di tutto a produrre cattedre accademiche. L'identificazione degli spin-off della ricerca di base è invece un’attività interdisciplinare per la quale è necessario di saper prefigurare i possibili futuri utilizzi delle nuove tecnologie in campi anche molto lontani da quelli in cui esse vengono sviluppate. Essa già oggi rappresenta un momento critico del nostro tentativo di recupero di competitività.
A lasciarmi le impressioni di cui sto dando conto ha concorso senz’altro l’aver visto “fisicamente” mandrini, torniture a diamante, pannelli insieme leggeri, resistenti e con rugosità praticamente assente, specchi per i raggi X. La cosa mi ha confortato in un altro dei miei più profondi convincimenti: è imprescindibile per un qualsiasi sistema industriale mantenere una quota minima di secondario, scendendo sotto la quale non c’è terziario che possa svilupparsi. La terziarizzazione dell’economia, persino nel pieno del processo irreversibile di globalizzazione da cui siamo investiti, ha bisogno di una quota minima di old economy che goda di ottima salute. Contrariamente a quel che si crede, questo paese possiede eccome le necessarie capacità distintive in settori ad alta tecnologia (che sono sì di nicchia, ma in grado di avere ricadute potenzialmente straordinarie sui settori tradizionali) per sostenere questa quota vitale di old economy. Ci sono imprese italiane, senz’altro sottodimensionate e per nulla aiutate da un mercato finanziario che non assolve ai propri compiti, ma che ugualmente sono dinamiche e capaci. C’è poi una ricerca di base che, nonostante le difficoltà derivanti da una strutturale scarsezza di risorse umane e finanziarie e da un’endemica incapacità di gestione, sa essere comunque alla frontiera in moltissimi campi di studio. Quel che non abbiamo sono dei catalizzatori di trasferimento tecnologico, ovvero quei soggetti (o meglio ancora quei meccanismi) in grado di: i) comprendere l’importanza per l’industria di quello che i ricercatori hanno trovato; ii) agevolare la prosecuzione e l’ulteriore ampliamento delle linee di ricerca già attive; iii) rendere visibili alle aziende le opportunità che possono scaturire dallo sfruttamento di spin-off di una ricerca di base che nasce senza alcun occhio ai suoi possibili utilizzi industriali; iv) porsi quali strumenti di straordinaria forza per l’effettiva implementazione delle politiche di sviluppo locale.
In realtà, quello che ho qui brevemente descritto è un vero e proprio servizio pubblico e, dunque, non sono sicuro sia corretto (in linea di principio) che ad innervare questo tessuto connettivo così importante per la nostra economia non sia un soggetto che porta sul capo un cappello istituzionale. (Per le stesse ragioni, credo non sia stato corretto privatizzare i grandi monopoli naturali.)
Se mai il neocostituito Ministero dello Sviluppo Economico istituirà un proprio “Gruppo Enzimi per il Trasferimento Tecnologico (GETT)”, ebbene io manderò un CV.

domenica, maggio 28, 2006

Tutte le vacche sono almeno grigio scuro

Io amo il calcio. Sono tifoso da sempre di una squadra che, almeno per il momento, non pare sia stata parte di quello che è stato ribattezzato il “sistema Moggi”. È la squadra (e più ancora lo sono i suoi vertici) che ormai è divenuta l’emblema del donchisciottismo, ovvero di una certa coglioneria ammantata di nobiltà d’animo, per la quale, da ben diciassette anni, noi che la tifiamo siamo più o meno affabilmente canzonati da tutta Italia. Ora si sa che, accanto alla nostra innegabile inettitudine, c’erano anche altre rilevanti ragioni per le quali le nostre indefesse speranze, anno dopo anno, sono andate regolarmente deluse.
Come tifoso, non ne godo.
Come cittadino, sono felice che un po’ di legalità venga ripristinata (e che ciò venga fatto con il concorso e l’opera di Francesco Saverio Borrelli, italiano benemerito) in un ambiente, quale è quello calcistico, che si è caratterizzato specialmente negli ultimi dieci anni per un’inspiegabile sospensione dello stato di diritto. Aspetto con gioia e fiducia che le curve siano liberate da quella masnada di violenti bamboccioni, incapaci di essere semplicemente spettatori di un evento, che sono strumentalizzati politicamente da qualche ex-picchiatore fascista (oggi giusto lievemente ripulito) e la cui rabbia verso il mondo viene sfruttata economicamente dai propri capi bastone. Aspetto che finalmente gli stadi tornino territorio dello Stato italiano, ove vigono e sono fatte rispettare le leggi dello Stato italiano.
Come persona, poi, mi rallegro che l’irrazionale (ed irragionevole) mio sospetto che Lombroso sia stato il più grande scienziato di tutti i tempi abbia avuto negli ultimi due mesi un paio di prove a supporto praticamente decisive (Previti e Moggi).
Io non so quali saranno gli esiti delle inchieste penali e dei processi che probabilmente da esse scaturiranno. Non mi interessa vedere Lucianone tradotto in ceppi o Geronzi costretto a vendere la banca. Però, vorrei fosse ribadito una volta per tutte che non c’è affatto bisogno di una sentenza penale per poter condannare il comportamento di una persona. Essere cliente di prostitute non è contro la legge, ma è un comportamento socialmente esecrabile, perché concorre a determinare la schiavitù di molte delle signorine che vediamo il sabato sera in strada.
Allo stesso modo, non ho bisogno di vedere sancita da una condanna dei magistrati la disonestà di chi ha governato il calcio, ovvero l’oggetto della passione di milioni di italiani. C’era chi controllava il sistema arbitrale e il mercato dei calciatori ed era in accordo con chi poteva impedire o favorire il buon esito delle trattative di cessione dei diritti televisivi (che costituiscono la parte maggioritaria degli introiti di una società di calcio). Questo calcio era poi governato, per conto dello Stato, da chi era al contempo a capo della Federazione e presidente della banca d’affari con cui un numero elevato ed imprecisato di squadre professionistiche erano e sono indebitate fino al collo.
Il voto con cui la Lega calcio, ad inizio settimana, nonostante tutto quello che è sui giornali da circa un mese, non ha sfiduciato il proprio presidente ai più è parso quasi inconcepibile e comunque disperante. Io, invece, temo di averne perfettamente compreso il senso. Questi signori, così vessati dalla prepotenza del capostazione di Civitavecchia e dei suoi sodali, ci hanno detto che la mafia del calcio conviene anche a chi la subisce. Per questo nessuno, non un solo dirigente di quelle squadre, i cui tifosi ogni anno giurano che è l’ultima volta che fanno l’abbonamento e insieme sperano sia finalmente la stagione giusta, ha mai denunciato niente alla magistratura (ordinaria o sportiva che dir si voglia). Per questo, ancora oggi, nessuno ha formalmente mai chiesto le dimissioni ad alcuno, neppure dopo che, con una nota ufficiale, la squadra il cui amministratore delegato è anche presidente di Lega ha candidamente ammesso che quest’ultimo s’è adoperato per raccomandare un arbitro addirittura al numero due del governo italiano. All'epoca dei fatti, lo dico per i pochi lettori venusiani di questo blog, il numero uno del governo italiano era contemporaneamente anche il maggiore azionista della squadra di cui stiamo parlando e il proprietario fondatore del gruppo televisivo che si è assicurato (al termine di trattative gestite dal presidente di Lega) i diritti televisivi per trasmettere il campionato di calcio su una piattaforma (il digitale terrestre) la cui penetrazione in Italia è stata massicciamente incentivata con soldi pubblici nelle ultime tre leggi finanziarie.
L’altra faccia della medaglia, infatti, è proprio questa: le squadre di calcio, tutte, contrariamente a quanto accade negli altri paesi, vendono singolarmente i propri diritti televisivi ad ogni singola piattaforma: diritti in chiaro, diritti satellitari, diritti radiofonici, diritti per il digitale terrestre, diritti per la televisione via web, diritti per la televisione via telefonino. Se pure il sistema Moggi (che certo è il caso di chiamare comunque Moggi-Galliani, a prescindere da quanto emerge nelle intercettazioni telefoniche a carico del presidente di Lega) ha favorito i risultati sportivi delle squadre ad esso immediatamente riconducibili (falsando così i campionati), non c’è società calcistica che non abbia guadagnato dalla sua esistenza e persino dal subirne il potere.
In questi anni, si è avuto qualche tentativo di scardinare questo blindatissimo sistema di potere, ma proprio la convenienza economica che esso garantiva agli stessi club vessati ha fatto sì che chiunque abbia provato a costituire un centro di potere alternativo non abbia mai trovato alleati disposti ad abbandonare il purgatorio certo per un incerto paradiso. Qualche anno fa, il presidente di una delle squadre della capitale propose per il ruolo di presidente di Federazione un nome alternativo a quello in carica, cercando appoggio fra i presidenti delle squadre delle serie inferiori, ovvero tra coloro che dall’attuale governo del calcio ricevevano (a titolo di mutualità) una quota minoritaria di risorse. L’establishment calcistico ha reagito violentemente, muovendo tutte le leve in suo possesso. Come dimostrano le intercettazioni telefoniche pubblicate dai giornali, poter incidere sulle prospettive di carriera degli arbitri (essere nominato direttore di gara internazionale apre le porte a rimborsi spese ricchissimi, trasferte prestigiose, designazioni alle grandi manifestazioni) permette di avere un’ovvia ed enorme influenza sul loro operato. Gli arbitraggi sfavorevoli concorrono a determinare risultati sportivi mediocri. Questi ultimi (ad esempio la mancata partecipazione a competizioni europee o, ancor peggio, la retrocessione in serie B) fanno sì che il valore commerciale dei diritti televisivi abbia a contrarsi. Questa è proprio la situazione che la squadra della capitale, il cui presidente guidava la fronda interna in Federcalcio, s'è trovata a dover affrontare. La paventata minore capacità di generare ricavi ha a quel punto reso addirittura obbligatorio che il presidente della Federazione (contro cui era stata presentata la candidatura alternativa), nella sua veste di presidente della banca d’affari verso cui la società romana era esposta per molti milioni di euro, chiedesse il rientro in tempi brevi e proponesse contestualmente la concessione di ulteriori linee di credito, in maniera da rendere ancora più penetrante la propria capacità di condizionare le scelte strategiche e di gestione del club. A quel punto due erano le scelte possibili: o insistere nel costosissimo tentativo di creare un’opposizione al sistema oppure licenziare il proprio direttore sportivo come segnale di resa. E questo è ciò che è accaduto. Camilleri dice “all’annegato, petri”, cioè “a chi annega, si tirano pietre”: il presidente della squadra romana è stato costretto a vendere un noto albergo di sua proprietà nel centro della capitale, al fine di coprire le maggiori perdite che gli sono derivate dal tentativo di mettere in discussione il governo del calcio.
Simili meccanismi hanno ostacolato lo scorso anno la candidatura del presidente di una squadra di calcio da poco rientrata nel calcio che conta alla poltrona di presidente di Lega.
A margine di tutto questo, mi viene da fare un paio di considerazioni: i) per fortuna che la magistratura è un potere terzo da tutto e soggetto soltanto alla legge. Un sistema di potere (in un settore che, giova ricordarlo, ha comunque interessi economici enormi anche nella società civile) così chiuso e capace di autopreservarsi sarebbe stato impossibile da scardinare senza l’opera dei giudici e le intercettazioni telefoniche; ii) chi ha architettato tutto questo è stato dannatamente furbo, ma non intelligente. L’albo d’oro del campionato di calcio di serie A dal 1994 ad oggi recita che, fatte salve le eccezioni delle squadre romane nei due anni a cavallo del Giubileo, solo le squadre dei dirigenti oggi coinvolti nello scandalo hanno vinto lo scudetto. Se ci fosse stata un po’ meno ingordigia e un po’ più rispetto per la sincerità della passione di chi segue il calcio, avrebbero potuto continuare a fare i loro comodi, a celebrare indisturbati il loro processo della Domenica per chissà quanti altri anni.
Ma questi non erano manager. Erano rubagalline dalle uova d’oro.

venerdì, maggio 19, 2006

Acido Desossiribonucleico

Ieri sera, mentre ero in macchina e tornavo a casa, ascoltavo un programma alla radio. Era collegato al telefono uno studioso che spiegava come la mappatura del codice genetico umano sia ormai stata praticamente completata. Si tratta di un risultato straordinario, ottenuto grazie ad un impegno formidabile della comunità scientifica, che rivoluzionerà la medicina ed anche il rapporto che abbiamo con il nostro corpo. C’è voluto, così si diceva, il lavoro di 150 studiosi per 10 anni per decodificare il solo gene 1, il quale costituisce circa l’otto per cento del corredo genetico umano.
Il DNA è una lunghissima sequenza di combinazioni di sole quattro basi: adenina (A), guanina (G), timina (T) e citosina (C). Tutta la nostra vita è dovuta alla particolare combinazione di questi quattro tasselli. In futuro, pare, non faremo più l’analisi del sangue o delle urine, ma ciascuno di noi si farà mappare il DNA. Lì, negli esiti di quell’esame, ci saranno tutte le ragioni del perché siamo quel che siamo. Lì scopriremo il perché soffriamo di una precoce calvizie o perché abbiamo un’intolleranza ad un cibo o, magari, perché la sera torniamo a casa e ci sentiamo un po’ depressi. Tutto è scritto nella nostra lunga ed unica combinazione di A, G, T, C.
Sentivo tutto questo e mi chiedevo se davvero mi piacerebbe, avendone la possibilità, sapere come funziona la mia “black box”. Mi domandavo, cioè, se questa non sia una di quelle questioni in cui è più utile limitarsi a cercare una risposta piuttosto che trovarla davvero. Poi ho ricordato che l’idea che tutto si debba proprio al mutevole combinarsi di quattro “mattoni” fondamentali è vecchia quanto l’uomo.
Tetragrammaton è la parola greca con cui Filone indicava le sacre lettere del nome del Dio di Israele. Esse, nella tradizione ebraica, sono quattro: jod, he, vau, he. Traslitterato nel nostro alfabeto, il nome di Dio è IHVH. Esso oggi viene letto in molti modi: Jeve, Javè, Yewe, Jeovah ed altri ancora. Quale sia il vero suono del nome di Dio è invece “il” mistero dell’ebraismo. Soltanto il Gran Sacerdote era a conoscenza di questo segreto, poiché pronunciare correttamente il nome di IHVH conferiva a chi era in grado di farlo poteri soprannaturali. Quando gli uomini comuni lo incontravano nelle sacre scritture, lo sostituivano con “Adonai”, parola il cui significato è assimilabile al nostro “Signore”.
Gli ebrei, probabilmente, sanno già che non si faranno mappare il corredo genetico.
Il Dio del tetragrammaton è androgino. Infatti, a jod corrisponderebbe il membro maschile, a he l’utero femminile, a Vau il gancio o l’artiglio, alla seconda he la vagina. Si uniscono, cioè, in un unico Verbo simboli sia maschili, sia femminili. Mentre mi perdevo in queste riflessioni, il professore che era sempre in collegamento alla radio andava spiegando che la lunga catena del nostro DNA ha comunque incroci obbligati. I tasselli si susseguono e si combinano in maniera tale che l’adenina si leghi sempre con la timina ed altrettanto facciano guanina e citosina. Allora le lettere del nome di Dio sono oggi AGTC e non più IHVH? Forse sì, chissà. E chissà, soprattutto, se fa differenza.
In altri momenti storici, i “mattoni” del nostro edificio sono stati altri. Si può pensare ad esempio alla tetraktis greca, ovvero l’insieme dei primi quattro numeri, in cui i pitagorici trovavano il superamento delle dualità, il pari e il dispari, l’essere e il non essere. Oppure a Tolomeo e Copernico, a Bohr, alla meccanica quantistica, all’antimateria. Tanti “mattoni” per tante possibili costruzioni di questo universo, tutte capaci di spiegarci ciò che cade sotto i nostri sensi.
La distinzione tra realtà e rappresentazione della realtà si sfuma tanto da risultare quasi impercettibile. E forse inutile.

Poi sono sceso dalla macchina e ho pensato che avevo fame.

venerdì, maggio 12, 2006

S'ode, in lontananza, un Eco

Accade che, proprio a ridosso della sua uscita in tutte le sale, la Chiesa si scagli con veemenza contro il film tratto da “Il codice da Vinci” di Dan Brown. Il cardinale nigeriano Arinze, membro della Curia, invita addirittura i fedeli ad adire le vie legali (“Armiamoci e partite, mie devote pecorelle”) per chiedere un risarcimento per “l'offesa” al diritto individuale di credo che la pellicola a suo dire arrecherebbe loro. Monsignor Arinze ha poi cristianamente sottolineato come altre religioni avrebbero “ripagato” il presunto insulto al Fondatore ben più “dolorosamente”. La circostanza non rappresenta una novità assoluta: già ai tempi de “L'ultima tentazione di Cristo” simili inviti ai fedeli (soprattutto negli USA) furono lanciati dai pulpiti più alti.
Ora, io non entrerò nel merito della tesi sostenuta da monsignor Arinze. Mi limito a dire che la giudico semplicemente indifendibile da ogni punto di vista, sia esso giuridico, culturale o religioso.
Quel che mi colpisce è la virulenza dell'attacco ad un prodotto di intrattenimento, dichiaratamente frutto di fantasia. Eppure, anche nel recente passato, altri libri, altre storie hanno raccontato e messo a nudo alcuni dei meccanismi mistificatori con cui la Chiesa ha accreditato la propria Verità, destrutturandoli in maniera esemplare e ben più scientificamente rigorosa di quanto non abbia fatto Dan Brown. Penso, ad esempio, ai romanzi di Umberto Eco.
Si ricorderà che ne “Il nome della Rosa”, il Venerabile Jorge, decano ex bibliotecario dell'abbazia (e dunque anche fisicamente custode del sapere), condanna alla morte per avvelenamento chiunque sfogli il secondo libro della Poetica di Aristotele, quello in cui lo Stagirita scrisse pagine di elogio del riso e della sua funzione catartica. L'uomo pio deve invece avere necessariamente timor di Dio. La conoscenza diretta è peccato, perché la Verità non deve essere compresa, ma essa può solo essere rivelata da chi intercede tra l’uomo e Dio. Vengono impietosamente raccontati l’oscurantismo e la paura di una Chiesa che vede nel prestigio di Aristotele il pericolo più grande per la propria auctoritas sia spirituale, sia materiale.
Addirittura, ne “Il pendolo di Foucault” Eco distilla una paradossale quintessenza della forza della mistificazione, quando uno dei personaggi viene ucciso da una setta (il TRES, Templi Resurgentes Equites Synarchici) che gli stessi protagonisti hanno inventato nel corso della loro personale ricerca di una lettura alternativa della Storia e che ha iniziato a vivere nel momento stesso in cui ne è stata postulata l’esistenza. Quando Jacopo Belbo chiede ai suoi rapitori chi fossero, si sente rispondere: “Siamo il TRES. E lei sa di noi molto più di noi stessi”. Il Vero nasce dal Verosimile, basta che la costruzione di un altro reale possibile sia internamente coerente.
In entrambi i casi, comunque, l’auctoritas di Eco mostra passo passo al lettore come ciò che chiamiamo Verità Rivelata sia in realtà quella particolare verità che storicamente viene determinata da fatti le cui logiche sono tutte valide e tutte, al contempo, spiegabili. Se, da un lato, è impossibile una dimostrazione dell’esistenza di Dio, dall’altro Eco s’è cimentato con successo nel racconto dell’impossibilità dell’esistenza di una Verità Divina, cioè Unica e Rivelata.
Ma le reazioni della Chiesa in tutti e due i casi furono infinitamente più composte di quelle a cui assistiamo oggi. Perché la Chiesa ha tanta paura de “Il codice da Vinci”? Credo per la stessa ragione per la quale ha manifestato con tanto calore gradimento per il film di Mel Gibson sulla passione di Cristo. La Chiesa conosce, per averne fatto magnificamente uso quando narrava iconograficamente al popolo analfabeta Vecchio e Nuovo Testamento dentro i luoghi di culto, la forza dell’immagine e la sua straordinaria capacità evocativa. Il timore è che tutti davvero inizino a vedere nel dipinto dell’Ultima Cena un Cristo marito e padre di famiglia, magari aperto alle gioie del sesso, del riso e del cibo. Perché c’è un grande bisogno, anzi c'è una grande domanda di un Dio, finalmente vicino all’Uomo, in cui ci si possa immedesimare immediatamente. Sarebbe un Dio fottutamente pop, un Dio che sbaraglia la concorrenza di quel povero Cristo finito in uno di quei film splatter in cui la Parola non serve a nulla (e infatti i dialoghi sono in antico aramaico). Chissà se i produttori del Codice da Vinci finiranno denunciati per concorrenza sleale.
Nel frattempo, lo andrò a vedere.

giovedì, maggio 04, 2006

Privo di titolo

Ogni qualvolta in Sicilia c’è una strage, un morto, un arresto, si sente dire che la lotta alla mafia è un fatto prima di tutto culturale. E spesso la frase, sull’onda dell’emozione che i fatti di sangue ci suscitano, ci appare un po’ banale, un po’ intellettualista e, in fondo in fondo, neppure del tutto vera. È innegabile che l’ultimo moto unitario di indignazione degli italiani sia stato quello che ha seguito le stragi di Capaci e via D’Amelio. Forse l’unica verità condivisa da tutti gli italiani è quella per cui Falcone e Borsellino sono i Lari e i Penati della nostra povera Repubblica (anzi, di quel che ne resta), Libero Grassi è un eroe civile, il Generale Dalla Chiesa un glorioso combattente.
È esattamente quel che sento anche io, al punto che non aspetto che altri cittadini italiani straordinari come Giancarlo Caselli o Don Ciotti siano uccisi dalla mafia per affiancarli a quelli che prima ho citato (e a quanti ho colpevolmente tralasciato).
Stamattina, sulla metro, leggevo per l’ennesima volta (sì, perché torno volentieri sui libri che ho amato) “Il cane di terracotta” di quel meraviglioso cantastorie che è Andrea Camilleri. Ed eccola lì, mirabilmente in mezza pagina (scritta nel 1996), l’evidenza empirica, concreta, schiacciante di come la mafia sia un fenomeno da affrontare prima di tutto culturalmente.
Recentemente, tutti abbiamo visto le immagini del covo di Bernardo Provenzano, di quella catapecchia in campagna, a quattro passi da Corleone, in cui viveva il boss dei boss. E tutti ci siamo fatti affatare dall’illusion sociologique dei media che hanno enfatizzato quanto fosse stridente il contrasto tra l’immensità delle ricchezze del “capo della mafia” e lo stile di vita spartano a cui questi si costringeva da anni.
Bene, la scena che Camilleri racconta è quella del vecchio capomafia che, superato dagli eventi, dal progresso che corre velocissimo anche nell’organizzazione su cui regna, s’appatta con il commissario per essere arrestato e andare, finalmente, in pensione. Il mafioso e il poliziotto s’accordano per fare giusto quel po’ di teatro che consenta al vecchio Tano ‘u Grecu di non perdere la faccia agli occhi degli altri mafiosi. Perché “costituirsi, dottore, è una cosa e essere arrestato un’altra”.
Il gentlemen’s agreement si chiude in incontro notturno in una casa colonica quadrata, con solo una branda, un tavolo e un paio di sedie di paglia, a cui entrambi i protagonisti si presentano disarmati. Il codice che consente loro di parlarsi è quello degli uomini per i quali è comunque sacro il valore della stretta di mano. Massimamente se essa viene data di fronte ad una bottiglia di quello buono.
Allora non appare più tanto inspiegabile che dopo aver catturato Totò Riina le forze dell’ordine si siano “dimenticate” di frugare nel covo e, di conseguenza, viene addirittura da definire naturale la recente assoluzione del generale Mori e del capitano Ultimo (colui che ha materialmente condotto l’azione di polizia che ha portato alla cattura del capo dei corleonesi) al processo che li vedeva imputati di favoreggiamento, proprio per quell’omessa perquisizione.
Io non credo affatto che Camilleri avesse notizie di prima mano su quali fossero gli stili di vita del grande vecchio della mafia. Credo però che possedesse gli elementi per creare una finzione di estrema verosimiglianza. Uno dei suoi libri, considerato ingiustamente minore (forse perché trattasi di breve saggetto e non di narrativa), è la “Bolla di componenda”. In esso, si racconta di un incredibile documento, in uso in Sicilia nel diciassettesimo secolo, con il quale il potere ecclesiastico, dietro il pagamento di un obolo, di entità variabile a seconda della gravità del peccato/reato, garantiva preventivamente l’assoluzione per qualsiasi atto criminoso, escluso l'omicidio. Il brigantaggio e le mafie nascono, storicamente, dall’assenza (e dunque dalla domanda da parte della popolazione) di uno Stato e, più in generale, di un potere in grado di amministrare territorio e uomini.
Oggi la mafia è sicuramente altro da questo ed è altro anche dalla mafia di cui abbiamo avuto notizia finora. I codici sono sicuramente cambiati e, quel che è peggio, non li conosciamo. La chiave che abbiamo per impossessarcene è, però, la medesima: comprendere quali siano le ragioni per le quali un antistato criminoso ed ostile verso la popolazione stessa continui ad avere nel tessuto sociale un così ampio spazio in cui prosperare e farsi forte.

domenica, aprile 23, 2006

Il Signore nell'anello

Un anello. C’è della magia in un anello. È un simbolo, come la promessa di una vera nuziale o il sigillo di un Re. Forse, nella violazione da parte di un volgare dito di quello spazio circoscritto dal metallo (nobile o spurio che esso sia) o dal legno o dall’osso o dalla pietra c’è quella ricomposizione tra dentro e fuori, tra bianco e nero, tra vuoto e pieno che consente ai mortali di innalzarsi. È un gesto ancestrale quello di infilare un anello. È il gesto di chi impalma una sposa, di chi prende una donna, di chi si fa uomo. E come diventa nobile una mano ornata da un anello! E che misteri nel suo significare! Il pollice. L’unicità del suo Essere è la sua Opponibilità. Essa è santificata dall’anello, che testimonia quella cromosomica diversità, che ha regalato all’Uomo un destino diverso. E non migliore. Il pollice è il dito che plasma. Il Pollice è Dio.

Difficile è scrivere o scrivere bene?

Una delle frasi che sentiamo più spesso dire è: “Il confine tra pazzia e normalità è davvero sottile”. Però tutti, in fondo, la prendiamo per un esercizio di stile, una riflessione parafilosofica non impegnativa che si può tirare fuori all’occorrenza nel corso di conversazioni più o meno intelligenti. Tra le altre citerei: “Venezia è bellissima, ma non so se ci vivrei”, “Si stava meglio quando si stava peggio”, “Sono sempre i migliori quelli che se ne vanno” fino ad arrivare alla sublime “Tanto ormai non gliene frega più niente a nessuno”. Ebbene, confesso di avere talvolta la sensazione che questa frase assuma per me un significato reale, vero. Mi capita di avere pensieri strambi e, lucidamente, accorgermene. È una sensazione sgradevole. Per fortuna, immediatamente dopo, mi viene da ridere di me stesso e di quel che penso. Credo sia questo a far sì che io resti ben piantato al di qua di quel confine tanto labile.
Ad esempio, mi accade di pensare, in quello che è senza dubbio un delirio di onnipotenza, che avrei scritto arrangiamenti migliori di quelli delle canzoni che ho sentito all’ultimo Sanremo ed immediatamente dopo accorgermi che le quattro canzoni che sono stato capace di scrivere in dieci anni neanche mi piacciono. Allora mi dico che la verità è in mezzo, che non sono così bravo e nemmeno così scarso. Poi, ci penso ancora un po’ su, mastico e rimastico ed inevitabilmente mi accorgo che non è così. Mi rendo conto che si tratta solo di un’elegante mistificazione con la quale tento di buggerare me stesso. Allora, mi dico, sono contemporaneamente bravo e scarso. È possibile questo? Per fortuna, rido. Anzi, sorrido. Ridere è un po’ dileggiare, non è partecipativo.
Rileggo quello che ho scritto e mi fermo sulla frase “Sono talmente sulla corda e da talmente tanto tempo…”. Non la trovate, perché l’ho cancellata. Essa è rivelatrice di un mio atteggiamento profondamente sbagliato. La vita non dovrebbe essere una guerra e, invece, quelle sono parole di chi è impegnato in una lotta senza quartiere. Allora perché mi è uscita fuori? Innanzitutto le difficoltà ci sono per tutti e per molti altri sono ben peggiori delle mie. Allora perché mi concedo questa retorica da eroe romantico che si batte contro tutto e tutti? Cosa voglio (devo) dimostrare? Che sono un genio incompreso, uno che è in grado di fare qualunque cosa senza sforzo, un unto dal Signore? Ma, soprattutto, contro chi la faccio ‘sta benedetta guerra?
Gira che ti rigira, alla fine, la risposta è una e, questa volta, per fortuna, chiarissima: la faccio contro di me. Sono io il mio peggior nemico. Un momento, però: in realtà, io mi amo profondamente. Sono una persona capace, intelligente, simpatica, brillante, consapevole. Ma sono anche pesante, incapace di accettarmi, arrogante, supponente e chi più ne ha più ne metta.
Nessuno mi ama come mi amo io, nessuno mi odia come mi odio io. Paolo Conte ha scritto una canzone che fa esattamente così. Io non scriverò mai canzoni come quelle di Paolo Conte. È un fatto che posso accettare: i livelli di eccellenza assoluta non possono essere pretesi. Ma allora vale la pena scrivere canzoni? Vengo e mi spiego: non credo che le mie canzoni siano belle perché le scrivo io, forse le mie canzoni non sono neanche belle. Ma allora perché fare tutta questa fatica? Perché inseguire con tutte le mie forze un risultato che, al massimo, appagherà nella migliore delle ipotesi soltanto me stesso? Perché, sin da Adamo ed Eva, siamo irrimediabilmente vocati all'Hybris.
Jacopo Belbo, quando scoprì che non sarebbe mai stato un protagonista (non tanto per mancanza di talento, quanto per mancanza di coraggio), decise di diventare il migliore spettatore possibile, il più arguto, informato, consapevole. Però, anche lui, nel ventre di Abulafia, non ha resistito alla tentazione di farsi demiurgo, massima aspirazione della debole natura umana. Lì nascondeva i suoi tesori. Ma da chi e perché? Scriveva per sé, ormai. Demiurgo sì, ma di un universo privato, personale, imploso. Che bisogno aveva di essere carbonaro contro se stesso?
La creazione non è cosa umana, uno se ne accorge e se ne vergogna. Ecco perché.

venerdì, aprile 14, 2006

Panta rei

Leggendo il giornale, apprendo che in Italia è in atto un tentativo di golpe, opera del Presidente del Consiglio che non accetta l’esito del voto e che ha tentato, a scrutinio in corso, di convincere il Ministro dell’Interno a dichiarare non valide le consultazioni.
Incassata l’indisponibilità del Ministro dell’Interno a partecipare al putsch, il Presidente del Consiglio ha allora manifestato l'intenzione di emanare un decreto con il quale si disponeva la verifica delle schede di circa 60mila sezioni (chissà perché, a quel punto, sessantamila e non tutte), spogliando le Corti d'appello della responsabilità del controllo e la Cassazione della proclamazione dei dati definitivi ed affidando entrambi i compiti di nuovo al Viminale. Come a dire: che gli Interni contino fino a che non escono i numeri che mi servono. In televisione il fatto ci è stato servito come “la necessaria verifica di un risultato elettorale che vede una parte politica prevalere in misura assai risicata”. Il Presidente della Repubblica (Santo subito!) ha frenato questo tentativo, dichiarandosi indisponibile nella maniera più assoluta a controfirmare un siffatto provvedimento.
Ora, mi dico: sono queste le sensazioni che hanno avuto i nostri nonni prima di quella cosa da operetta che fu la marcia su Roma? Tutti hanno continuato ad andare a lavorare tranquilli? Nei caffè, sulle piazze, nei sagrati alla domenica mattina nessuno si diceva preoccupato? Stamattina, tutto regolare: poco traffico per le incipienti vacanze pasquali, i caffè comunque pieni, le canzoni alla radio, la solita giornata.
Questo mi colpisce: il nostro sentirci legittimamente esclusi, perché siamo una variabile il cui comportamento è perfettamente previsto e gestito. In piena campagna elettorale, il Presidente del Consiglio ha dichiarato “Se va a votare l’84% degli Italiani, vinco”. Siamo andati a votare in 83,6 su 100 e ci è mancato effettivamente un pizzico alla riconferma della maggioranza uscente.
Siamo soggetti passivi sia quando votiamo, sia, addirittura, quando qualcuno tenta di rompere le regole della democrazia. Un grande italiano, Giorgio Gaber, in un lungo monologo sulle proprie idiosincrasie, sui propri piccoli e grandi dolori quotidiani, diceva: “Mi fa male quando mi portano il certificato elettorale”. Nei momenti di grande sconforto, penso non sbagliasse.

Comunque, oggi, salendo le scale mobili, nell’atrio della stazione Termini, la grande installazione rotante mi ha accolto con il sorriso di Sharon Stone.

martedì, aprile 11, 2006

Exit-balls

Come quando, durante l'eiezione,
si rompe il tronco e rimani a metà.

Non è semplicemente delusione.

mercoledì, aprile 05, 2006

Coleus sum

Da ieri, più o meno verso ora di pranzo, per formale decreto del Presidente del Consiglio, sono ufficialmente un coglione. È quasi paradossale, ma la cosa mi dà anche un po’ di blanda soddisfazione. Sarà che essendo noi coglioni conclamati in numero elevato (pari a circa metà degl’italiani), magari ci sentiamo finalmente un po’ meno soli. O, forse, a donarmi un’illogica allegria è il pensiero che, come un luciferino contrappasso, sarà proprio un esercito di coglioni a liberare l’Italia domenica prossima.
Fin qui il buonumore superficiale.
Poi, lasciata decantare la posa, quel che resta è un saporaccio in bocca, perché, se è vero che quel che immediatamente colpisce è la totale ignoranza persino dell’abc democratico, nessuno sembra essersi accorto della gravità della seconda parte della frase che ha illuminato la performance del Cavaliere in Confcommercio. Già, perché quel che ha in lui destato profonda indignazione è il fatto che il corpo elettorale sembra non volersi piegare ai risultati delle ricerche di mercato, ma, incomprensibilmente, scelga di “votare per il proprio disinteresse”. Penso sia sinceramente stupito di quanto gli elettori possano essere clienti bizzosi, incontentabili, volubili come vecchie nobildonne capricciose. Sembra dire loro “Ehi, ragazzi, io ho fatto fare ricerche di mercato serie, queste sono le cose che voi mi avete detto di volere. Ed ora che fate? Non comprate?”
Per anni ce la siamo menata con la morte delle ideologie un po’ come si parla del buco dell’ozono o dell’aumento della temperatura del pianeta: catastrofi dei cui effetti nessuno direttamente s’accorge. E, invece, eccolo qua l’effetto tangibile, sensibile: il Presidente del Consiglio italiano non riesce più a concepire che vi siano cittadini che scelgono chi votare nonostante trenta euro in più sul conto corrente. Non è più nel novero delle cose comprensibili rifiutare una formale diminuzione di tasse semplicemente perché si è convinti che allo stato debbano essere date le risorse per continuare ad offrire servizi pubblici di cui magari non si gode direttamente, ma che si ritiene corretto siano a carico della fiscalità generale. È per lui la negazione di un postulato: la razionalità del consumatore. Qualcosa di simile a negare che di fronte a due mele uguali, si compra quella che costa meno.
L’abbrutimento culturale di cui il berlusconismo è stato artefice in questi anni è quello che ha portato e porta il voto delle fasce più deboli a colui che rimprovera alla parte avversa di voler “far sì che il figlio dell’operaio e quello dell’avvocato siano uguali”.
Fermo restando che si dovrebbe ringraziare il Cavaliere per avere finalmente risolto l’annoso problema di quale sia l’identità della sinistra dopo il crollo del muro di Berlino con una di quelle efficacissime sintesi di cui è indubitabilmente capace, trovo assurdo che nessuno (non uno tra politici alleati ed avversari, politologi, sociologi, notisti politici, giornalisti, conduttori, attori impegnati e non, soubrette coscialunga e non) abbia sottolineato la spudorata antidemocraticità e l'assoluta incostituzionalità di tale affermazione. Non uno che si sia vergognato che una tale concezione medievale di una società divisa in caste sia stata propalata dal capo dell’esecutivo italiano.
Il duro film di Moretti, il Caimano, che ho visto e che consiglio solo ai coraggiosi, a quelli che non hanno vergogna e paura di vedere quel che siamo diventati, riesce a raccontare proprio questo: siamo assuefatti a tutto. Non è un film contro Berlusconi, della cui biografia si narra rifacendosi soltanto ad episodi noti e documentati, è un film contro l’Italia, questa Italia atrofizzata, in piena necrosi cerebrale, incapace di capire cosa sia già ormai irrimediabilmente accaduto, un’Italia di furbi scemi, un’Italia che gioca il gioco della sedia convinta che non toccherà mai a lei di rimanere in piedi.
Un’Italia di coglioni, appunto.

giovedì, marzo 02, 2006

Occidente

Sono entrati, credo, a Tiburtina F.S. o a Bologna. Erano in due, giovani, rom, forse rumeni o forse albanesi, chissà. Uno aveva la fisarmonica e l’altro la chitarra. Hanno subito attaccato a suonare “‘O surdato ‘nnammurato”. Quindi, proseguendo nell'omaggio all'italico gusto nazional-popolare, hanno dato vita ad una vivacissima “Rosamunda”. Erano bravi, davvero. Avevano tecnica, ritmo, musicalità innata. Quello con la chitarra usava come plettro una scheda telefonica ritagliata a questo scopo. Il suono un po’ si slabbra quand’è così, perché la plastica delle schede è troppo elastica. Allora, mentre erano nel bel mezzo di “nei tuoi baaaaaaci, c’è tanta felicitààààà”, metto mano al portafoglio per donare al chitarrista un plettro (valore circa 0,30€) che porto sempre con me (estote parati). Vengo ricambiato con un sorriso che aveva nulla di quella pelosa riconoscenza con cui in genere siamo ringraziati quando elargiamo magnanimamente (quasi sempre senza alzare gli occhi dal giornale in lettura) il mezzo euro d’ordinanza. Era contento, probabilmente, che le cose per una volta non avessero seguito il loro consueto corso, secondo il quale l’immigrato fornisce un servizio non richiesto (con cui tutti possiamo liberarci dal fastidioso concetto di elemosina), per il quale gli viene ogni tanto data, solitamente con degnazione, una mancetta. L’idea che qualcuno avesse valutato, riconoscendola, la sua bravura immagino gli abbia restituito un po’ di dignità. E nel suo sorriso c’era gratitudine perché con il mio piccolo gesto gli avevo detto che aveva importanza che lui potesse fare meglio quello che è bravo a fare.
Scendo a Termini, come sempre, e passo dal Ricordi del centro commerciale per comprarmi un nuovo plettro. La risposta della gentile commessa è che i plettri ci sono, però non posso acquistarli. I pochi che hanno, infatti, possono essere venduti solo in abbinamento con una chitarra elettrica EKO (marca una volta marchigiana, ora credo coreana), la quale per 89€ viene fornita completa di borsa morbida, fascia e giustappunto plettro. Esco dal negozio un po’ contrariato e salgo le scale mobili che sbucano nell’atrio della stazione.
La grande sala si presenta completamente addobbata, come fossimo in periodo natalizio, solo che sui bandoni, sugli striscioni, sui cartelloni, ovunque, invece di Buon Natale c’è scritto il nome (in realtà esso stesso uno slogan) di un partito oggi al governo. Un’enorme installazione rotante, esattamente al centro dell’atrio, mostra a trecentosessanta gradi un ben noto sorriso. Sotto la fila di denti al sole, è scritto il seguente messaggio elettorale: “Immigrati clandestini a volontà? No grazie”, coerentemente declinato nel luogo ove massima è la concentrazione di coloro che si vuole cacciare via. Il manifesto cerca consenso, facendo premio sulla frustrazione di un’Italia in difficoltà che ha bisogno di sapere che c’è qualcuno più debole con il quale è possibile prendersela, una moglie (nera o asiatica o meticcia) da poter trattare male quando si torna a casa stanchi la sera.
Questo siamo diventati: una democrazia pubblicitaria in cui si cerca il profitto (elettorale, economico, nei rapporti personali) facendo leva sui nostri istinti più bassi. E lo hanno imparato svelti pure i musicisti immigrati, che pur se dotati di grande talento, ci suonano canzoni che non confesseremmo mai di voler ascoltare. Questo è ormai il nostro Occidente.
Occidente / Occidente / Alla guerra alla gloria alla storia...

Luogo da cui non giunge suono / Luogo perduto ormai...

Sulla nobiltà di schiatta

Da sempre se discute su le zone
de ‘ndove è convegnente d’esse nati,
si è mejo veni’ ar monno in quer de Prati
o fa’ li primi strilli giù ar Mandrione.

Da secoli ‘n se sa si è mejo vive
come uno de quei fiji de ‘na mignotta
che regneno pe’ tutta ‘a Bufalotta
e sogneno le nozze a le Mardive,

oppuro ‘n cima ar monte de Testaccio
in cui la Storia è tanta che se sciupa
e i cocci fanno ‘n colle che dirupa
e move verso er Tevere e er suo braccio.

Ma ‘nvece, amici mia, ‘n ce sta sostanza
a ffa’ ‘sto sforzzo pe’ differenziasse.
Nun c’è ‘n fijo bbello e uno senza classe:
è Roma che c’ha fatti ed è abbastanza.

mercoledì, dicembre 14, 2005

Cicuta

C’è penombra qui. E un odore di vecchio. Non c’è più nessuno, ma l’odore è lo stesso di tanti anni fa, anzi è più forte. È la carta dei libri, la polvere sui mobili, nei tappeti. Vecchio. È tutto vecchio. Anche il silenzio è lo stesso di quando questa casa era abitata da un vecchio. Sarebbe sbagliato dire che qui tutto s’è fermato quando il vecchio è morto. Tutto, qui, era fermo già da tempo. Anzi, il tempo qui dentro segue una sua regolarità diversa. Scorre lentissimo, dilatato, immemore, incosciente. C’è un barattolo di caffé sul tavolo della cucina e un cucchiaino sporco. Nel bagno, un pettine con qualche capello bianco fra i denti giace sulla mensola. Ci sono due macchie ormai marrone scuro nel lavabo. Sul letto della stanza del vecchio, perfettamente fatto, è stesa una vestaglia aperta, che pare quasi offrirsi oscenamente. Sembra il simulacro di un cadavere in vena di malizie. Non riesco a sentire neppure i miei stessi passi. È un silenzio ingannevole, torpido. Questo luogo mi sta seducendo, mi cinge i fianchi e mi dona, lieve, al suo limbo innaturale, alla sua illusione di quiete. La mia mente è accarezzata dalla nenia di questo tempo e si lascia irretire dal desiderio di celebrare, mitemente, la propria autoestinzione. Pigramente, allungo una mano verso il comodino, su cui si trovano una candela ed una scatolina, che contiene un solo fiammifero. Lo uso per accendere la candela. Mi concentro, indolente, sulla fiamma, quasi questa sia l’unica residua curiosità che mi sia rimasto il desiderio di soddisfare. La candela genera un bagliore tanto debole da non aver la forza di riuscire ad allontanarsi dalla sua sorgente. Muovo la candela verso alcuni oggetti, un’agenda del 1967, con la copertina marrone, e un paio di occhiali da vicino, che scompaiono in un buio freddo, indistinto, non appena allontano da essi la piccola luce. Apro il cassetto del comodino. Ci sono dei fogli ingialliti, strappati da un quaderno, su cui qualcosa è stato scritto a matita. Avvicino il piccolo lume. Su tutti i fogli, qualcuno (il vecchio, probabilmente) ha tracciato lunghissime serie di linee brevi, orizzontali e verticali. È una scrittura minuta, indecifrabile. Li lascio cadere sul letto. Soffio sulla candela e sento il peso fisico del buio arrivarmi sulle spalle. Mi sento stanco, molto stanco e ogni passo è sempre più breve, inutile, faticoso. Ora è solo buio.
Mi fermo, definitivamente.

martedì, dicembre 06, 2005

Suonare suonare

Abbiamo ripreso a suonare, dopo quasi 13 anni. Sinceramente, è un motivo di felicità. Quando si suona, pensi a quello che devi fare, alla tua parte. Pensi a non sbagliare. Poi, mentre il pezzo va, ascolti te e gli altri insieme. E le parti, che all’inizio sono un po’ scollate, alla fine vanno ciascuna al posto giusto. E avverti, prepotentemente fisico, l’entusiasmo, anzi (e di più) l’ebbrezza di essere, in quel momento, più di te stesso. Quanta meraviglia (di sé e degli altri) sa destare la musica! E com’è rivoluzionariamente egualitaria! Lo stupore è elargito a piene mani anche a chi è un musicista scarso o a chi è arrugginito (e persino a chi, come noi, è entrambe le cose). Suonare insieme è un’emozione forte ed immediata. Un sorprendersi. È l’intuizione che arriva prima del razionale. È un’accelerazione della propria vita. Quando si suona, è naturale esser ciò che non abbiamo la forza di essere in altri momenti: puri, assoluti, vivi. Si è finalmente un io collettivo, in cui c’è spazio per tutte le nostre diversità e quel che ci manca non ci impedisce niente. Non mi capita mai di sentire chi è altro da me così vicino, così uguale, tanto partecipato dalla mia stessa natura. Com’è semplice, invece, in quel momento, guardare negli occhi l’altro e godere del suo impegno e della sua bravura, perché essi (insieme a quel che sappiamo dare noi) creano quella magia di cinque minuti. Già, cinque minuti. Ecco un’altra cosa divina ed irrinunciabile: finalmente un orgasmo che non sia di pochi secondi. Finalmente ci si squassa per minuti interi, lunghi, continuativamente, e senza bisogno, dopo, di pulirci la pancia con un fazzoletto. Senza neppure l'ormonale malumore post-coitum. Anzi, la stupida felicità con cui la musica mi colpisce ha un’onda lunga e m’accompagna per un po’, rendendomi meno amaro il rientro in questo sistema spazio-temporale, ricco delle mie e delle altrui meschinità.

A volte, come stamattina, basta addirittura pensarci soltanto, per stare un po’ al caldo.

martedì, novembre 29, 2005

Ho letto un libro e ho sentito freddo

Ho appena terminato di leggere “Lo Stato dell’Unione”, un libro molto divertente ed intelligente. È il romanzo di un autore friulano, Tullio Avoledo, che ha per protagonista un pubblicitario che viene ingaggiato dall’Assessorato alla Cultura di un’imprecisata Regione del Nord-Est italico. Gli viene chiesto di realizzare una grande campagna di comunicazione tesa alla promozione della conoscenza e del recupero delle tradizioni celtiche della Regione. Naturalmente, non esiste in realtà alcuna tradizione celtica da recuperare e promuovere (e, infatti, la Regione ha cercato un pubblicitario e non un antropologo). In altre parole, la Regione (con un budget che sembra non avere limiti e confini) affida al protagonista il compito di far credere all’opinione pubblica che la Regione ha indubbie origini celtiche. La storia è narrata con garbo e brio, intrecciandosi gli accadimenti della trama principale con la crisi coniugale del protagonista. Il timbro che caratterizza tutta la narrazione è quello dell’ironia.
Nell’ultima parte, però, in concomitanza con il risolversi di alcuni misteri della storia, il ritmo si fa incalzante, serrato e, quasi precipitando dietro al racconto, si cade ineluttabilmente in un mondo parallelo (forse, speriamo lo sia...) tetro, grigio, violento e autoritario, in cui un’oligarchia di potenti (inavvicinabili, intoccabili, distanti, plutocrati ed ignoranti) strumentalizza una moltitudine fiaccata da anni di circo mediatico vuoto e sedante, un popolo ormai irrimediabilmente convinto della superfluità del pensiero. Si chiude l’ultima pagina e non si può fare a meno di provare un brivido e di ripetere a se stessi (per tranquillizzarsi) che quello di Avoledo è solo un esercizio, maledettamente brillante, di futurologia. Non si può fare a meno di scacciare (per paura) il pensiero che sia così facile condizionare una massa che è felice di sentirsi legittimamente esclusa da ogni tipo di decisione e che, come sa chi di mestiere stimola la domanda latente, non vede l’ora di avere un nuovo bisogno. Alla fine del romanzo, si prova davvero un profondo disagio, che nasce da un’amara, incontrovertibile considerazione: i semi da cui Avoledo fa germinare questo altro “reale possibile” sono tutti qui. Li viviamo quotidianamente, sentiamo quelle parole nei telegiornali, le leggiamo sui quotidiani, le sussumiamo dalla comunicazione visiva.
La maggioranza è un concetto dannatamente importante in democrazia e l’inquietudine (spessa, non sottile – precisazione necessaria, visto che, chissà perché, l'inquietudine è sempre sottile) che il libro trasmette con una forza eccezionale è che la nostra società, la nostra democrazia è inerme, non ha alcun sistema immunitario in grado di difendere la maggioranza dalla mistificazione di pochi. Lo smarrimento nasce dal timore (che sconfina in sconforto) che quello di Avoledo non sia la “descrizione di un altro possibile reale”, ma “un’altra possibile descrizione del reale”.

venerdì, novembre 25, 2005

Firenze Social Forum

Non avevo messo la sveglia. Un po’ perché ero andato a letto molto tardi ed ero stanco di una giornata pesante. Un po’ perché m’ero detto che se veramente avessi avuto voglia di andare (oltre al ritenerlo giusto, ovviamente), mi sarei svegliato da solo in tempo utile. Ed infatti, dopo quattro ore luride ore di sonno, spalanco gli occhi qualche minuto prima delle otto e mezzo. Nemmeno il tempo di riprendere coscienza e di constatare con piacere che in questa giornata di novembre il mio Voler Essere ed il mio Dover Essere hanno deciso di andare a braccetto, che squilla il telefono. È Bernini, alias Mastro Alcofribas, che mi chiede conferma della mia venuta. Contento, lo rassicuro. Abluzioni rapide e sommarie, maglietta del Che d’ordinanza e via ad aggredire l’Autosole.
Lo trovo bene, come al solito insomma. E non si leva mai quel solito sorriso da animatore che non solo non gli rende giustizia esteticamente (con quella dentatura cavallina), ma nemmeno eticamente. Nella sostanza, invece, è un sincero. È un sincero pallonaio. Comunque, sarà anche perché c’è l’aria dell’evento memorabile e la produzione endogena di eccitanti aumenta, mi sento sicuro che ha piacere di condividere con me questa giornata.
Arriviamo a Firenze facilmente, abbiamo due sorrisi stupidi entrambi e entrambi non vediamo l’ora di stupirci. Lasciamo il cavallo dove capita e c’è il problema di capire dove andare. Ci conduce sulla retta via un gentilissimo pizzardone. Fa freddo, ammazza se fa freddo. Ho anche il terrore, che ahimè si rivelerà fondatissimo, di aver sbagliato le scarpe. La polizia, che è tanta come ti aspetteresti, ti guarda, ma non in maniera cattiva. È strano. Vien quasi di pensare che il clima di fratellanza li abbia contagiati. Poi ti accorgi che è un pensiero troppo ottimista anche per una giornata così e più lucidamente opti per credere che gli hanno ordinato di starsene quieti. Il che, sempre lucidamente, ti fa incazzare, perché capisci che non sempre glielo ordinano. Alla stazione c’è tutto il bailamme che ti aspetti da una stazione in un giorno così. Gente seduta ovunque, quasi tutti per terra. Birre, e non solo birre, alle 11 di mattina. Creste punk lunghe ed arrabbiate, ma davvero anacronistiche. Molto piercing, ovunque. Due tipi, credo francesi, si baciano oscenamente. Naturalmente li fotografo. Due ragazzine, con kefiah d’ordinanza ed un non prevedibile fazzolettone scout, si tengono per la mano. Voglio fotografare anche loro, ma mentre lo sto facendo si girano verso di me. Allora, mi vergogno come un ladro e lascio stare. Peccato, m’avrebbe fatto piacere portarmele via.
Bernini si guarda attorno e capisco che vede il tutto come se fosse uno spettacolo. Credo stia riflettendo su quali altri costumi si potevano utilizzare, se la Fortezza da basso era veramente la scenografia più giusta per una tale azione scenica. In ogni caso, tace e beve con gli occhi. Certo la gente è bella quando ci si mette. La giornata è fredda e grigia. Anzi, se non stonasse a dirsi, fa proprio schifo come giornata. Però la gente la colora. E l’allegrezza non è per niente stonata, anche se si parla di cose serie.
Cominciamo a risalire il corteo. È abbastanza rado, però non se ne vede la testa. All’inizio non ci sembra che ci sia tantissima gente. Man mano che avanziamo però la strada invece di accorciarsi si allunga e le persone si moltiplicano. E si moltiplicano le voci, i balli, le lingue, gli striscioni. Tutti si guardano negli occhi e si sorridono. È bellissimo questo. Sarebbe bellissimo se la vita fosse sempre così. Guardo negli occhi una ragazza che mi sorride e mi viene vicino, fa un pezzo di strada con me. Non le dico niente. Poi ritorna verso le sue amiche, si rigira un’ultima volta e mi saluta con la mano. Di lei ricordo il maglione verde e il naso all’insù. Fa freddo, ammazza se fa freddo. E adesso ho anche fame. Abbiamo bruciato le calorie del cappuccio in autostrada, però lungo il percorso del corteo non c’è un negozio aperto. La signora Fallaci un risultato (uno solo però) l’ha ottenuto. Ma anche la nostra piccola fame ha un suo perché oggi: dà qualche piccola giustificazione al nostro sentirci eroi. Bè, la danno anche i saluti che ci piovono addosso dai balconi delle case che si affacciano su di noi. C’è chi appende lenzuola con slogan semplici, banali, autoevidenti, giusti. Pace. No alla guerra. Non ci sono nemmeno troppi insulti al Berlusca. Perché il Berlusca, alla fin fine, è una piccolezza (certo fastidiosa, anzi fastidiosissima) di cui oggi non ci si occupa.
Ci sono quelli che abitano al piano terra ed offrono caffè caldo ed acqua fresca ai manifestanti. C’è chi tira i coriandoli dai terrazzi e saluta con la mano. C’è chi manda baci. Noi si risponde. Tutto il corteo è abbracciato ai lati da migliaia di persone che non sfilano, ma sono venuti a vedere. E ci applaudono. Alla fine, io e Bernini ci lasciamo convincere, anzi proprio sedurre, dall’idea che oggi abbiamo fatto qualcosa di giusto.
C’è il padre di Carlo Giuliani.
Ci sono gli olandesi, coloratissimi. Ci sono i portoghesi, che dicono un sacco di parolacce e qualche bestemmia pure. Ci sono i greci, che sono i più “professionali” di tutti. Alternano i cori in greco con quelli in italiano. Le traduzioni lasciano un po’ a desiderare, specie per quanto riguarda la scansione ritmica degli slogan, ma così sono molto più simpatici. Ci sono i palestinesi, che cantano e ballano continuamente, e fai fatica ad accettare di vederli così allegri con tutto quello che gli capita da anni. Ci sono gli spagnoli che, contrariamente a quel che credevo, non fanno casino per niente. Sono molto compiti e bevono di continuo birra, forse per scaldarsi. Ci sono i curdi, che parlano forte, più forte di tutti. Vogliono esser sicuri che ci si accorga di loro.
Ci sono gli operai della FIAT. Sono gli unici ad avere una faccia diversa e te ne accorgi.
E, finalmente, c’è il piazzale dello stadio. Ci sono i piedi rotti, che, non appena ti siedi, bussano dentro le scarpe e chiedono di uscire. Ci sta un panino con salsiccia (fredda e grassissima) orrendo, mefitico e cattivo. Però, c’è anche la fame e alla fine il panino mi sembra persino buono. Ci starebbe anche una birra, anzi due.
C’è, poco avanti a me, la ragazza con il maglione verde. Sta facendo un massaggio ad una sua amica. Mi riconosce e mi chiede se dopo voglio essere il prossimo. Certo che mi va. Però mi coglie di sorpresa, non me lo aspettavo e mi vergogno. Le sorrido e dico no, grazie. Mi guarda male. È anche l’ultima volta che mi guarda.
Ci sono l’intelligenza e la finezza di Riondino sul palco e c’è la festa che comincia. C’è la musica. Bernini suona quella batteria che gli sta davanti e che nessuno vede (io sì però). Io suono tutto quello che mi capita a tiro. Mi faccio sommergere, beato e placido, dalla mia stessa contentezza e nemmeno mi interessa di capirla. Sono contento perché sono contento.
C’è la stanchezza.
C’è il piacere di avere fatto una cosa che era giusto fare. C’è il piacere di saltare ancora e ancora più in alto. C’è il piacere di sentire che democrazia suona più o meno uguale in tutte le lingue. C’è la necessità di domandarsi se sia giusto trovarsi accanto alla gigantografia di Oçalan e la pacificazione che ti dona finalmente il capire che non a tutto si può dare una risposta univoca. C’è il piacere, anzi di più, la soddisfazione, di capire che se non è giusto, non è nemmeno sbagliato.
C’è poi tutto quello che ancora non ho fermato e che, forse, riuscirò a fermare. Assieme a quelle della reflex, aspetto di sviluppare compiutamente anche le foto che ho fatto con la testa.

Solo tu, mannaggia, non c’eri.

giovedì, novembre 24, 2005

Leggere sulla metro

Al mattino, per andare in ufficio, prendo la metro. La scena più o meno è questa: persone in vario grado incattivite dal sonno, dal freddo, dalla frustrazione, in taluni casi dalla disperazione, affollano una banchina battuta dal vento. In una mano ho il computer portatile e nell'altra la borsa con le carte che mi servono per lavorare. Ne consegue che il giornale, che ho appena acquistato e che gradirei riuscire a leggere, rimane "pinzato" tra l'indice e il pollice di una delle mie due mani occupate. Arriva la metropolitana e saliamo, perfettamente consci che i posti a sedere sono tutti, senza eccezione, già occupati. A questo punto, invariabilmente, mi colpisce la visione di n-replicanti tutti identici che, comodamente seduti (bastardi maledetti), leggono giornali, tutti identici. Poi, immancabilmente, impreco. Quindi, necessariamente, depreco. Stimolato dall'invidia pura, assoluta che provo per chi ha un posto a sedere, penso: "Vedi il ricatto della gratuità? Vedi che masnada di caproni, carne da macello degli uomini (in nero) del marketing? Tutti uguali, a leggere le pagine tutte uguali di giornali tutti uguali". E, pavlovianamente, stringo più forte tra l'indice ed il pollice la mia fiera autodeterminazione da 0.90€.
Non appena riassorbo questa spruzzata di livore paraconsolatorio, penso che, per raggiungere la metro, esco di casa sempre alla stessa ora; sono costretto invariabilmente ad un passo da bradipo (38 minuti per 4 km, pari a 6,315 km/h di media) da un traffico pazzesco, per distrarmi dal quale ascolto alla radio sempre gli stessi programmi (radiodue); prendo ogni giorno la stessa scorciatoia per risparmiare un po' di tempo, regalandomi un pallidissimo sospetto di superiore intelligenza; il giornalaio ormai rimette il suo orologio atomico al cesio quando appaio nella sua edicola e non devo neppure chiedergli il giornale, che mi dà automaticamente con un gesto rapido della mano che vale anche per saluto; arrivo al parcheggio di scambio dove lascio la macchina sempre nella stessa fila, dato che arrivo sempre alla stessa ora. Poi, come ho raccontato, prendo la metro e faccio risuonare il mio barbarico Yawp, indignandomi con gli altri cani alla catena ogni giorno nella stessa maniera.
Mi domando: faceva dunque parte del bottino di guerra degli americani anche un'organizzazione della produzione (e dunque del lavoro e dunque della vita delle persone) che risolvesse (per ko tecnico, direi) in chiave pragmatico-statunitense il tema, dibattuto oziosamente dalla vecchia Europa per quasi duemila anni, del libero arbitrio?

mercoledì, novembre 23, 2005

One vision...

Accidenti che posto strano questo! Chissà dove mi trovo? Sembra la mia casa al mare, quella dove ho passato tutte le estati della mia vita fino ai vent’anni e dove, da allora, non ho più avuto voglia di tornare. C’è qualcosa, in effetti, che la ricorda: le scale, l’arredamento datato, quegli oggetti inutili che, a forza di averli sotto gli occhi, ti rimangono impressi nella memoria per tutta la vita, tipo i pupazzetti dei sette nani o la dama magnetica da spiaggia. Però è tutto molto confuso. Non ho la percezione chiara di trovarmi proprio lì, ne ho solo l’impressione. E, poi, in che situazione strana mi trovo: sono in casa mia (a questo punto prendiamo per buona l’ipotesi che sia realmente (?) la casa del Circeo) e devo tornare di sopra a prendere delle cose per poter finalmente ripartire, mentre gli altri mi aspettano fuori. Voi direte: dov’è lo strano? Bè, un fatto un po’ curioso è che gli altri che stanno fuori siano un pullman di militari in divisa mimetica, ma non i miei compagni di naja (il che sarebbe strano, ma verosimile (?)), bensì una specie di commando scelto, anche se scelto a far che lo ignoro totalmente. In realtà, mi sembra che, nelle ore precedenti, io e gli altri sul pullman abbiamo provato a lasciare questo comprensorio residenziale, come se avessimo terminato la nostra missione, ma qualcosa ce lo ha impedito. Non so se erano i cancelli, il guardiano, che in realtà dorme sempre, o forse proprio il fatto che non avevo preso quelle cose che adesso sono venuto a cercare in casa. Ma cosa sto cercando? E chi lo sa. Mi sembra che cercare della biancheria sia la cosa più giusta da fare adesso, la cosa più ovvia, anche se, a ben guardare, non ha granché senso. Comunque, mi dirigo verso le scale perché il piano superiore ospita le stanze da letto e lì potrò trovare le culottes che ci consentiranno di andarcene da questo posto. Sento, però, tra i piedi qualcosa, il pavimento non è sgombro e facile da attraversare. Immagino ci siano dei tappeti arrotolati. Non riesco bene a rendermi conto, ma non me ne preoccupo granché. Sento proprio di volermene andare e sono decisissimo a riuscire a salire la scala. Credo che questa blanda difficoltà nell’attraversare la sala sia l’ennesimo piccolo intoppo di quella serie di contrattempi che ancora ci costringe qui. Pian piano metto a fuoco meglio. Ho fatto diversi passi e avrei già dovuto essere ai piedi della scala, ma qui è tutto strano e le sensazioni, pur chiare e nettissime, non offrono sicurezza di giudizio. Cioè sono sicuro che quando villeggiavo qui, con i dieci passi che sicuramente ho fatto (perché li ho fatti io, almeno questo lo ricordo con certezza), avrei coperto uno spazio pari almeno al doppio della distanza che mi separa ancora dalla scala. Forse sarà perché ho capito definitivamente la teoria dello spazio curvo e, com’è era in fondo prevedibile ed inevitabile, la cosa mi si sta torcendo contro. La verità, o ciò che almeno sembra tale, sconvolge sempre un po’. Però non credo giusto imputare al vecchio Bohr anche quello che adesso appare chiaro ai miei occhi. I tappeti arrotolati o, meglio, quelli che avevo creduto tali, in realtà, sono leoni, anzi leonesse, data l’evidente assenza di criniera, che sonnecchiano nel mezzo della sala. Addirittura ce n’è una che dorme appoggiata sui primi gradini della scala. Che fare? Non ci penso su neanche troppo e, data la situazione e quelli là fuori che mi aspettano, decido, sia pur con cautela, di muovermi verso la scala. I primi passi non mi presentano problemi, sono moderatamente fiducioso. In realtà (?), poi, mi accorgo che non riesco a vedere chiaramente quello che ho sotto i piedi, le cose più vicine a me, secondo quanto pare che accada alla memoria dei vecchi che distingue nitidamente i ricordi più lontani e confonde quelli vicini. Quindi navigo a memoria in un mare asciutto, infestato di leonesse. Ma che senso ha tutto questo? Ma dove mi trovo? Perché sto qui? Assurdamente, visto il momento, mi trovo a pensare che queste domande hanno risposta difficile tanto nella situazione bislacca che sto vivendo, quanto, però, nella vita normale che faccio tutti i giorni. Il mio piede urta lievemente una lunga coda e il brivido di paura mi riporta ai miei problemi contingenti; mi aspetto, a questo punto, di dover fronteggiare un ruggito, almeno uno sguardo duro. Invece la leonessa alza appena la testa verso di me. È abbastanza annoiata e pare che non rappresenti affatto una novità per lei, né un motivo di interesse. Meglio così. Infatti, dopo avermi dato un’occhiata che si riserva al postino o allo spazzino nell’assolvimento delle proprie funzioni, si rimette giù nella stessa posizione di prima. Tranquillizzato, a questo punto, mi dirigo diretto alla scala e la raggiungo. Scanso con un gesto del piede, anche deciso, la leonessa appoggiata e vado su. Dai che ce ne andiamo, penso. A metà della rampa mi volto verso la finestra e vedo, anzi non vedo più il commando. Sono andati via, mi hanno lasciato lì. E non so nemmeno se devo arrabbiarmi o no. Forse me lo aspettavo, insomma la cosa non mi dispera più di tanto e sicuramente meno di quanto dovrebbe. Solo, senza riuscire ad allontanarmi da una casa che ha nel salotto leonesse che dormono. Di sicuro adesso sento che la biancheria non ha più senso, quindi riscendo la scala. Ormai mi muovo tranquillo, non ho paura di passare in mezzo agli animali. Adesso, però, mi colpisce un odore di zoo, tutt’altro che piacevole, ma assolutamente ragionevole. C’è un armadio nella sala vicino alla cucina. Quell’armadio mi riporta ad odori forti di canfora, a racchette da tennis vecchie messe via da una vita, a tende per le porte d’ingresso fatte con l’uncinetto, ricevute in regalo ed immediatamente sepolte lì. In un angolo in basso a destra trovo un puzzle. Lo ricordo, sta lì da una vita. Nessuno lo ha mai fatto perché è facile, sono pochi pezzi e la figura finale non è neanche bella. È un carretto siciliano trainato da un mulo. Una di quelle icone che hanno definitivamente rovinato la reputazione della Sicilia, assieme alla mafia e qualche altro dettaglio. Però, penso, è un modo come un altro di andarsene da qui e mi metto a fare il puzzle. Vado spedito perché fare puzzle è anche un fatto di tecnica: prima di tutto bisogna raggruppare i pezzi simili tra loro per colore, poi cominciare a costruire il bordo della figura ed infine riempirne il centro. Certo, tornare a casa col carretto siciliano, invece che sul gippone militare non è che sia proprio il massimo, ma stare qui mi annoia proprio. Ormai mancano pochi pezzi, la figura si riconosce perfettamente. Penso, ormai avvezzo alle stranezze di questi momenti, a come farà il carretto ad uscire dalla figura. E il mulo? Chissà se, grazie al puzzle, capirò i comandamenti del rendering 3D? Mi sa che non racconterò niente a nessuno. Non perché mi prenderebbero per pazzo, che è cosa di cui davvero nulla mi cale. Però non so, non mi va di far sapere in giro tutto questo, di mettermi a raccontare tutta la storia. Sì, penso che tornerò a casa e dirò che ho fatto un giro, lungo. Che mi andava di vedere come era adesso la casa al mare. Poi, in definitiva, non devo proprio dire niente a nessuno. Tra poco metto l’ultimo tassello e vado a casa.

Un pensiero, rapido: ci sarà l’ultimo tassello?

Il ventre di Abulafia

Abulafia fu un cabalista del tredicesimo secolo. Era un rabbino e uno studioso della legge ebraica, per il quale la meditazione vera consisteva nella contemplazione delle lettere dell'alfabeto ebraico e nella loro permutazione (Temurah). Ma non è in omaggio agli intestini di questo affascinante personaggio che il blog che state leggendo ha avuto imposto il suo curioso titolo.
Abulafia era anche l'affettuoso nomignolo con cui Jacopo Belbo, uno dei tre co-protagonisti di quel romanzo meraviglioso che è il Pendolo di Foucault, era solito chiamare il suo computer. Lì dentro, Belbo, mancato scrittore di molto talento, ma soprattutto di pochissimo coraggio, teneva i suoi tesori, cioè quegli scampoli creativi che, sempre più raramente negli anni, riuscivano ad evadere dalla prigione di tranquillità in cui si era rinchiuso e sedato.
A questo punto, direte, è chiaro: questo blog, allora, non è che uno scrigno, un posto dove qualcuno ha intenzione di riporre i propri (supposti) tesori.
Invece no. O, meglio, non soltanto. Anzi, quasi per niente. Perché due pezzi di verità sommati assieme non è affatto detto che diano una verità intera.
Questo blog, allora, si chiama così in omaggio alle piccole mistificazioni (come quella che si sta qui facendo) che contengono pezzetti di verità che vanno scomposti, isolati, analizzati, compresi. Oppure, più semplicemente, perché, di qualunque cosa si abbia voglia di parlare, noi si vuol scrivere delle molteplici vie che possono portare all'unico fenomeno.